5 febbraio 2012 Sul consumo di suolo: il Piano Casa e la bretella Appia-Pontina

COMUNICATO

 Il Piano Casa del Comune di Terracina e la bretella Appia-Pontina sono interventi ambientalmente sostenibili?

Proprio in questi giorni il WWF, insieme al FAI, ha pubblicato una road map per fermare il consumo del suolo partendo dall’analisi di ciò che è avvenuto in Italia in cinquant’anni soprattutto per l’abusivismo edilizio, che dal 1948 ad oggi ha ferito il territorio con 4,5 milioni di abusi edilizi, 75mila l’anno e 207 al giorno, e in favore negli ultimi 16 anni ci sono stati 3 condoni (1985, 1994 e 2003).                                                                                                                                          Terracina in provincia di Latina è un esempio negativo di questo fenomeno.

Poi ci sono le cave che nel solo 2006 hanno mutilato il territorio escavando  375 milioni di tonnellate di inerti e 320 milioni di tonnellate di argilla, calcare, gessi e pietre ornamentali.                                                             E anche qui la nostra città è presente con vecchie e nuove cave.

I progetti delle grandi infrastrutture, invece, mettono a rischio 84 aree protette, 192 Siti di Interesse Comunitario  e 64 International Bird Area. Si registra poi in agricoltura dal 2000 al 2010 una diminuzione della Superficie Aziendale Totale (SAT) dell’8% e della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) del 2,3%, mentre il numero delle aziende agricole e zootecniche diminuisce nello stesso periodo del 32,2% in meno di aziende agricole e zootecniche. Il risultato è un territorio meno presidiato e più fragile: in Italia circa il 70% dei Comuni è interessato da frane che, tra il 1950 e il 2009, hanno provocato 6439 vittime tra morti, feriti e dispersi. Allarmante anche il rischio desertificazione: il 4,3% del territorio italiano è considerato “sensibile a fenomeni di desertificazione” e il 12,7% come “vulnerabile”.

Il consumo del suolo ha conseguenze che vanno bel al di là dell’impatto visivo: non solo infatti deturpa il paesaggio – cancellandone la memoria collettiva – ma ha ricadute significative su biodiversità, clima, assetto idrogeologico, energia, economia.

Un altro fattore fortemente impattante sugli ecosistemi e sul paesaggio è rappresentato dalle grandi opere. L’esempio più eclatante, anche in termini di spreco di soldi pubblici, è il programma delle cosiddette Infrastrutture Strategiche previsto dalla Legge Obiettivo del 2001, che negli ultimi 10 anni (dal 2001 al 2011) ha fatto lievitare il numero di opere previste dalle 115 del 2001, per un costo di 125,8 miliardi di euro, alle 390 del 2011 per un costo di 367 miliardi di euro, di cui il 45% delle opere (pari ad oltre 166 miliardi di euro) è rappresentato da strade e il 38% (circa 142 miliardi di euro) da opere ferroviarie.

La prima vittima di questa aggressione del territorio è l’agricoltura.                                                         L’espansione incontrollata delle città verso le campagne ha fatto sì che la ben più redditizia economia del mattone prevalesse su quella agricola.  La fame di cemento ha infatti letteralmente divorato i terreni agricoli – e i prodotti tipici provenienti da essi –  grazie soprattutto ad Amministrazioni compiacenti nei confronti delle lobby del cemento che non esitano a trasformare i terreni agricoli in zone edificabili, cambiandone la destinazione d’uso attraverso improbabili varianti urbanistiche che ne fanno così lievitare il valore. Così progressivamente le terre coltivate hanno ceduto il passo all’affare immobiliare: nel 2010 in Italia si contano 1 milione e 600mila aziende agricole e zootecniche: il 32,2% in meno rispetto al 2000.  E, nello stesso periodo, la Superficie Aziendale Totale (SAT) è disunita dell’8% e la Superficie Agricola Utilizzata (SAU) del 2,3%.                                                                                                                                                                      A Terracina ne sappiamo qualcosa.

Per contrastare i ladri di territorio ed arrestare il consumo di suolo FAI e WWF presentano in un  dossier una road map con 11 linee di intervento:

1. Introdurre contenuti innovativi nella nuova generazione dei piani paesistici ponendo limiti al nuovo edificato con estensione delle tutele alle  aree di pregio naturalistico non tutelate e alle aree agricole.
2. Applicare la Valutazione Ambientale Strategica anche ai piani paesaggistici.
3. Procedere su scala locale ad una moratoria del nuovo edificato in attesa della redazione della nuova pianificazione paesistica.
4. Migliorare la qualità degli interventi urbanistici, rivedendo gli standards dei servizi urbani, e integrando nella pianificazione urbanistica i piani per il verde pubblico e dei trasporti.
5. Dare priorità al riuso di suoli già compromessi e già utilizzati da trasformare nell’interesse, anche residenziale, della collettività in alternativa al consumo di nuovo suolo.
6. Debellare l’abusivismo attraverso la completa definizione di pratiche di abusivismo pregresse, la conseguente demolizione di immobili non suscettibili di condono, la definitiva rinuncia ad ogni nuovo condono.
7. Autorizzare i Cambi di Destinazione d’Uso valutando gli effetti che questi comportano per la collettività in termini di trasporto, viabilità, incidenza sulla qualità ambientale e paesistica.
8. Introdurre adeguati meccanismi fiscali che da un lato introducano un più severo regime di tassazione sull’utilizzo di nuove risorse territoriali e, dall’altro, individuino agevolazioni sul riuso di territorio o suo riutilizzo mediante un minor consumo di suolo.
9. Aumentare il grado di tutela delle nostre coste valutando un’estensione generalizzata dei 300 m di salvaguardia dalla linea di battigia sino ad almeno 1000 metri (come aveva meritevolmente fatto in Sardegna il piano paesistico della Giunta Soru).
10. Difendere i fiumi, prevedendo non solo il rispetto delle fasce fluviali indicate nei Piani di Assetto Idrogeologico restituendo naturalità ai corsi d’acqua e procedendo finalmente agli interventi di abbattimento e delocalizzazione degli impianti situati nelle aree a rischio idrogeologico.
11. Stabilire definitivamente che gli interventi di bonifica  del siti inquinati devono avvenire nel rispetto del principio comunitario “Chi inquina paga” escludendo che i costi di bonifica vengano compensati attraverso il riuso delle aree a fini edificatori.

Soltanto a queste condizioni il Piano Casa del Comune di Terracina potrà definirsi sostenibile, in quanto conterrebbe una preoccupazione per le future generazioni.

E in questa logica la programmata bretella di collegamento dell’Appia con la Pontina, se proprio fosse ritenuta necessaria, avrà un senso soltanto se utilizzerà i tracciati esistenti sui quali basterà apportare gli opportuni miglioramenti.                                                                     

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