LA SCELTA GIUSTA? LE SOLUZIONI BASATE SULLA NATURA.

Perché piantare alberi non deve essere uno spot elettorale.

Da un recente comunicato ufficiale del Comune di Terracina, i cittadini hanno appreso di “una prima fase di miglioramento della gestione ordinaria e straordinaria del verde pubblico voluto dall’Assessorato all’Ambiente con la piantumazione di alberi della canfora, Cinnammonum camphora, a Borgo Hermada” che “proseguirà con la posa in opera delle stesse alberature in v. Appia e in v. Napoli a Terracina” oltre ai lecci che verranno “piantumati in via dei Bonificatori”, sempre a borgo Hermada…” ( stranamente, non viene però comunicato alla cittadinanza che, per far posto alle canfore, sono stati espiantati alcuni alberi vivi messi a dimora dal Comune pochi anni fa). Da quanto comunicato si evince che, tuttora, la gestione del verde urbano non viene interpretata dagli amministratori come una sfida tecnica complessa ma, nonostante le finalità dichiarate e i buoni propositi espressi, come un assieme di interventi attinenti, più che ad altro, al decoro urbano e influenzati dalle preferenze estetiche di chi ci amministra. Piantare alberi sembra essere essenzialmente uno spot elettorale. Ad oggi manca un Piano e Regolamento del Verde Urbano e gli interventi si attuano con approssimazione, senza avvalersi della collaborazione di professionisti competenti in arboricoltura urbana e paesaggistica.

In realtà il verde deve essere considerato come una vera e propria infrastruttura, al pari di ogni opera di urbanizzazione primaria dato che, con la crescente minaccia del riscaldamento globale, gli spazi verdi urbani di alta qualità, siano essi pubblici o privati, sono sempre più determinanti per un futuro sostenibile. Una delle premesse fondamentali è che occorre l’albero giusto al posto giusto, e questo potrà essere stabilito – previo studio del contesto, del clima, del suolo e di altri fattori – solo da parte di un team di professionisti con competenze specifiche e in sinergia tra loro. Si tratta di scelte fondamentali che regolano il futuro nostro e delle generazioni successive!  

Quando si scelgono gli alberi, non contano solo la bellezza e il fatto di essere sempreverdi (per inciso, anche i sempreverdi perdono le foglie), ma anche le dimensioni del tronco e della chioma, lo sviluppo delle radici, la capacità della pianta di resistere allo stress urbano (inquinamento, suolo compresso, isole di calore, siccità) e di fornire servizi ecosistemici (ombra, assorbimento CO2, gestione acque piovane). C’è un altro aspetto fondamentale: gli alberi, lo sappiamo, svolgono un ruolo essenziale per la salubrità dell’ambiente e il benessere degli abitanti ma, proprio a causa degli stress prodotti dalla crisi climatica e di interventi antropici errati, essi sono sempre più minacciati da funghi, parassiti e patogeni, dunque, un tema cruciale per il futuro delle nostre città è la necessità di considerare la gestione del verde urbano in relazione alla resilienza ecologica.

Gli esperti di selvicoltura urbana suggeriscono spesso una regola aurea per la resilienza (riferimento cardine a sfavore delle monocolture è lo studio di Frank S. Santamour Jr. (1990), intitolato “Trees for Urban Planting: Diversity Uniformity, and Common Sense”) :  “una popolazione arborea urbana non dovrebbe avere più del 10% di una singola specie, il 20% di un singolo genere e il 30% di una singola famiglia”.

Ora, piantare alberi in città è cosa buona e giusta purché vengano considerati certi aspetti fondamentali.

Partiamo quindi dal fatto che l’adozione della diversità specifica e strutturale (piantare specie diverse di alberi e arbusti) non è solo una scelta estetica, ma una strategia di sicurezza biologica ed economica basata su almeno tre pilastri fondamentali.

1. Contrasto a parassiti e malattie (Effetto “Scudo”)

In una monocoltura (es. un intero viale di soli platani o soli pini) un patogeno trova un corridoio preferenziale: può saltare da un ospite all’altro senza ostacoli, trasformando un focolaio isolato in un’epidemia urbana.  Al contrario, piantare specie diverse comporta una sorta di interruzione della continuità, come si trattasse di “barriere fisiche e biologiche”. Se un parassita è specifico per una pianta, la presenza di specie non ospiti ne rallenta o interrompe la diffusione.

Si raggiungerebbe così una resilienza sistemica. Inoltre, in un ecosistema diversificato, se una specie soccombe a una nuova malattia, le altre sopravvivono evitando il “deserto urbano” e mantenendo attivi i servizi ecosistemici di cui sopra.

2. Contrasto alla perdita di biodiversità

Le città sono spesso “deserti biologici” a causa della semplificazione botanica. Considerando che ogni specie arborea o arbustiva ospita una specifica microfauna, insetti impollinatori, uccelli, funghi simbionti; più specie piantiamo, più “case” e fonti di cibo offriamo alla fauna urbana, essenziale alla nostra vita.

Realizzare una complessità strutturale integrando alberi con arbusti e piante erbacee, crea una stratificazione che imita i sistemi naturali favorendo la stabilità del suolo e la rigenerazione organica ( è quello che come associazione WWF litorale laziale abbiamo espresso attraverso due comunicati diretti alle Amministrazioni Comunali in occasione della manifestazione del WWF nazionale “Urban nature”, che ha lo scopo di sensibilizzare le persone sull’importanza di introdurre gli ecosistemi naturali nelle città, pena la nostra esistenza).

3. Prevenzione di costi economici ingenti

Date le conseguenze della crisi climatica, la scelta monospecifica (nel nostro caso, per esempio, la scelta prevalente della canfora) è, oggi più che mai, un investimento ad alto rischio. Se quel patrimonio viene colpito, i costi esplodono.

Per esempio, i costi di abbattimento e smaltimento per rimuovere un gran numero di alberi morti contemporaneamente (come accaduto con la grafiosi dell’olmo o come sta accadendo per i pini domestici colpiti dalla cocciniglia tartaruga), è un onere finanziario immenso per le casse comunali, così come peserebbero i costi di sostituzione degli alberi abbattuti, e non è detto che i nuovi alberi siano facili da reperire, vista la crisi delle forniture che interessa i vivai di tutta Italia.

Anche uno studio pubblicato su Nature (2024) sottolinea che le comunità arboree diverse hanno una maggiore complessità strutturale che funge da barriera contro gli stress ambientali.

L’integrazione di strati vegetativi diversi (alberi, arbusti, erbacee) è supportata da studi sulla biodiversità funzionale che provano come venga ridotta la suscettibilità alle malattie su scala cittadina.

Del resto, è la Strategia dell’UE sulla Biodiversità per il 2030 che ci sprona ad un cambio di paradigma attraverso punti chiave, come le Nature-Based- Solutions (NBS), che impongono alle città con oltre 20.000 abitanti di adottare piani sistematici per ripristinare gli ecosistemi, creare connessioni tra aree verdi ( i cosiddetti corridoi ecologici) ed aumentare la copertura vegetale riducendo significativamente le superfici impermeabili (asfalto e cemento).

Altro fattore fondamentale è il legame tra economia e salute.

La forestazione urbana è un investimento strutturale lungimirante che previene i costi sociali: una città più verde e biodiversa riduce le patologie respiratorie, migliora la salute mentale e, secondo studi recenti, ha effetti benefici sull’osteoporosi, con risparmi miliardari complessivi sulla spesa sanitaria.

E’ chiaro che da noi si continua a sottovalutare l’importanza della scienza, lo dimostra la stessa scelta orientata a far prevalere una sola specie arborea nelle aree pubbliche da parte di chi ha potere decisionale e le questioni ambientali continuano ad essere relegate in ambito marginale. L’albero della canfora sta imperversando ovunque, sostituendo soprattutto i nostrani pini domestici, simbolo del paesaggio mediterraneo ma bollati come pericolosi, sempre e comunque; eppure il loro apparato radicale è uno dei più profondi, con capacità di ancoraggio al terreno eccezionali, ammenoché le radici non vengano danneggiate; al contrario, quello della canfora è, per sua caratteristica, superficiale, esteso, e può produrre danni alle pavimentazioni stradali  (le radici del Pinus pinea affiorano se soffocate da pavimentazioni). Inoltre la Cinnammonum camphora è una pianta plurisecolare ma a crescita veloce e il diametro del suo tronco può raggiungere più di due metri in pochi anni, e nel tempo, i quattro metri ed oltre. Ha bassa tolleranza alla salinità (ma si pensa di piantarne alcuni esemplari nei pressi del lungomare Circe in via Colombo, a Terracina, in sostituzione dei pini domestici esistenti); qualche dubbio viene anche in merito a quelli piantati in viale della Vittoria riguardo alle dimensioni, visto che possono raggiungere un’altezza di 40/50 metri e l’ampia chioma potrebbe interferire con le superfici finestrate degli edifici. E’ di fatto un albero adatto ai grandi spazi o parchi pubblici ( come da foto allegata che ritrae esemplari adulti di Cinnammonum camphora nell’orto botanico di Roma) e contenere le dimensioni della chioma, se piantato in contesti non adeguati, vuol dire sottoporlo a potature drastiche e frequenti che ne abbrevierebbero la vita poiché lo renderebbero vulnerabile agli stress urbani, alle temperature alte dell’aria e delle superfici asfaltate, alle malattie crittogamiche e parassitarie, con tutto il costo economico e ambientale che ne deriverebbe e con conseguente pericolo per la pubblica incolumità.

ALLARME EROSIONE DELL’ULTIMA DUNA QUATERNARIA DEL CIRCEO, “RISERVA DELLA BIOSFERA” RICONOSCIUTA DALL’UNESCO.

L’assessore alla marina del Comune di Latina, nel suo comunicato stampa dell’ 08.02.2026, ha dichiarato che sul progetto di difesa della costa tra Foce Verde e Capoportiere “… il tema della tutela del nostro litorale non può essere affrontato in modo ideologico o astratto, ma deve partire dalla realtà dei fatti” e che “Oggi il problema non è scegliere tra modelli ideali, ma mettere in sicurezza un tratto di costa che rischia di essere compromesso in modo irreversibile”.

Giusto, come Associazione concordiamo con tali dichiarazioni, ma non siamo d’accordo nel momento in cui afferma: “In più occasioni ho dichiarato pubblicamente che sulla difesa della costa non ho mai fatto passi indietro e che continuo a ritenere necessario procedere con determinazione sulla realizzazione delle opere previste, compresi i pennelli”.

Per chiarire meglio, ripercorriamo i fatti: rispecchiando in tutto le osservazioni del WWF Litorale Laziale Gruppo attivo Litorale Pontino, la Regione Lazio ha deciso di sospendere l’approvazione del progetto per la costruzione di pennelli a mare sul litorale di Marina di Latina, tenendo conto delle criticità legate agli effetti sottoflutto con rischio di aggravamento dell’erosione nei tratti limitrofi della duna.

In realtà il progetto di difesa costiera in oggetto rischia di trasformarsi in un boomerang ambientale per uno dei tratti più suggestivi del Lazio.

La serie di osservazioni presentate dal WWF nel dicembre 2025 all’Area V.I.A. della Regione, sollevano l’esistenza di pesanti criticità in merito al completamento delle opere di protezione rigide nel tratto compreso tra Foce Verde e Capo Portiere in quanto l’area non è un tratto di costa qualunque, confinando essa con i siti della Rete Natura 2000 e con il Parco Nazionale del Circeo, riconosciuto dal 1997 come “Riserva della Biosfera” dall’UNESCO. Il timore ben fondato, dunque, riguarda la frazione quaternaria della duna costiera situata proprio “sottoflutto” rispetto all’ultimo dei pennelli previsti dal progetto.

E’ dimostrato da evidenze scientifiche, infatti, che i nuovi pennelli a mare minacciano direttamente la stabilità della Duna Quaternaria del litorale di Sabaudia nel Parco Nazionale del Circeo.

Viene sottoposta l’intera costa antistante le dune quaternarie del Parco Nazionale del Circeo all’insidia dell’effetto “sottoflutto”.

Il cuore della protesta del WWF risiede nel fenomeno idrodinamico ben noto: l’effetto pennello. Queste strutture rigide, ostacolando il trasporto naturale della sabbia lungo la costa, provocano un accumulo di materiale a monte, ma causano un arretramento erosivo immediato e marcato nella zona a valle dell’ultima struttura.

Proprio nella sua osservazione, il WWF ha messo in risalto come l’ultimo dei pennelli, di cui si prevede la costruzione, innescherà un processo erosivo intenso che si propagherà verso il Circeo. Il tratto di duna interessato soffre già di una grave carenza di materiale. La creazione di nuove correnti marine generate dalle barriere rigide, darebbe il colpo di grazia a un equilibrio già precario, con arretramento della linea di riva, perdita di arenile ed esposizione crescente di stabilimenti e infrastrutture all’azione del mare.

A sostegno di queste tesi, ci sono precedenti storici allarmanti. Un caso emblematico risale al 1972, quando la costruzione di scogliere tra Capo Circeo e Terracina provocò un arretramento della costa di oltre 40 metri in soli 4 anni. Quell’intervento innescò un “inseguimento” dell’erosione. Per rimediare ai danni a valle si dovettero costruire continuamente nuovi setti a mare, spostando il problema per chilometri fino alla foce del fiume Sisto e a Porto Badino. Anche gli interventi già realizzati a Capo Portiere sembrano confermare questa tendenza, avendo già accentuato l’erosione nel litorale adiacente.

Il rischio non è solo geologico ma ecologico.

Oltre al danno paesaggistico, risulta una mancanza di adeguate misure di compensazione, come un piano di ripascimento morbido continuo per contrastare l’erosione delle dune. Il rischio non è solo ecologico: le dune del Circeo sono considerate “habitat prioritari” dalla Direttiva habitat dell’Unione Europea e un’errata programmazione dell’assetto territoriale potrebbe compromettere il ciclo biologico della flora e della fauna autoctona, con possibili danni anche alla fauna ittica a causa di eventuali versamenti di materiali inappropriati, come già avvenuto in passato sul litorale di Terracina.La sopravvivenza della duna quaternaria di Sabaudia, definita come “uno dei litorali più spettacolari d’Italia”, appare oggi legata a una scelta progettuale che rischia di distruggere proprio ciò che si prefigge di proteggere.

BARRIERE RIGIDE A MARE SUL LITORALE DI TERRACINA – CONTINUA IL DISASTRO AMBIENTALE

Con disappunto apprendiamo che il Comune di Terracina ha elaborato un progetto di sistemazione del tratto di costa a Ponente della foce di porto Badino mediante opere di protezione da realizzare con scogliere e pennelli rocciosi che, a nostro avviso, comporteranno danni certi innescando erosione sottoflutto rispetto alla zona di intervento.

Questa Associazione rimane perplessa nel constatare come l’Amm.ne comunale non si renda conto che le modifiche impattanti, avvenute sulla linea di costa, sono dovute proprio ad errate operazioni antropiche succedutesi negli anni passati e non ad un naturale arretramento della battigia. 

I precedenti interventi con strutture rigide sul litorale tra Capo Circeo ed il porto di Badino costituiscono infatti un modello sperimentale “in campo” altamente dimostrativo, una prova provata di quanto avverrà con assoluta certezza sulla costa fino al molo foraneo di Terracina, in un ecosistema già altamente destabilizzato dalla costruzione di opere rigide a mare fin dagli anni ’50.

Il Comune di Terracina ha richiesto con urgenza e ottenuto un finanziamento della Regione per la costruzione di infrastrutture rigide senza redigere uno studio o un piano di conservazione del litorale. Il tutto motivato dall’eccessiva erosione del litorale a valle dell’ultimo pennello costruito sulla costa in corrispondenza di via Bela Barenyi.

Non viene considerato che la costruzione di nuove barriere rigide innescherà inevitabili fenomeni erosivi sottoflutto a Levante dell’ultima barriera con aggravamento dello squilibrio e conseguente erosione della battigia della spiaggia, distruggendo così l’ultimo lembo di litorale sabbioso fino a Foce Badino.

I nuovi pennelli creeranno rilevanti problemi di stabilità per tutte le strutture balneari che attualmente insistono sul tratto di spiaggia tra Via Bela Barenyi e la foce, oltre che l’eliminazione degli ultimi habitat costieri e del ciclo biologico della flora e della fauna locale, rovinando così quel che resta dell’ecosistema naturale.

Di fatto, viene incrementata l’erosione costiera attraverso infrastrutture antropiche non adeguate alla protezione della costa stessa ed aggravata da quelle erette in maniera eccessiva vicino al litorale.

L’erosione nel tratto preso in considerazione andrebbe, invece, opportunamente compensata solo mediante ripascimento morbido con adeguato sedimento sabbioso, salvaguardando dall’arretramento la battigia attuale dalle correnti di sottoflutto e gli stabilimenti esistenti nella zona di Ponente della foce di Badino.

Negli ultimi decenni le Amm.ni Comunali che si sono succedute hanno, purtroppo, optato per ulteriori pennelli a mare che sono stati causa di avanzamenti di spiaggia nella zona sopraflutto e di arretramenti, più o meno marcati, nella zona sottoflutto. 

Da questi lavori improvvisati in maniera emergenziale e privi di uno studio o un piano di conservazione del litorale viene fuori la seguente devastante cronistoria di danni causati all’ambiente e alla costa tra Capo Circeo ed il molo foraneo di Terracina :

  • 1955: prolungamento del pennello di sponda destra della foce del Portatore.             

Conseguenza: dal ’59 al ‘68 un avanzamento della spiaggia a Ponente ed una retrocessione a Levante della foce con un arretramento notevole di circa 20 m, per circa 400 metri dalla foce;

  • Tra il 1964 ed il 1970: lavori per la costruzione del porto di San Felice Circeo e del molo foraneo.

Conseguenza: subito dopo l’inizio dei lavori si manifestò sottoflutto al porto, sulla spiaggia di San Felice Circeo, un forte fenomeno di erosione;

  • Tra il 1968 ed il 1972: dopo la fine dei lavori del molo foraneo di San Felice Circeo. 

Conseguenza: arretramento pressoché costante della spiaggia dell’ordine di 15-20 m;

  • 1972, Genio Civile OO.MM. di Roma: costruzione di una fila di scogliere sul litorale di San Felice Circeo.

Conseguenza: immediato arretramento del litorale sottoflutto di oltre 40 m rispetto alla posizione del 1968 che interessò anche la sede stradale;

  • 1972: ampliamento del piazzale dell’Hotel L’Approdo a Ponente dell’albergo.

Conseguenza: scalzamento al di sotto della scogliera stessa ed un fortissimo arretramento locale della linea di battigia della spiaggia limitrofa, con un arretramento massimo di 40 m in corrispondenza dell’Approdo e sfumato verso Ponente per oltre 600 m;

  • 1972 -1979: realizzazione di strutture rigide costruite a mare, procedendo dal Circeo verso la spiaggia di Terracina.

Conseguenza: dopo la costruzione dei primi pennelli a mare si innescarono inevitabili fenomeni erosivi sottoflutto, comportando la realizzazione di sempre più nuove opere di difesa, ripetute in sequenza, estendendo il fenomeno di erosione e degrado della spiaggia progressivamente verso la foce del fiume Sisto ed a seguire verso la foce del Portatore;

A seguito di quanto su elencato, nel 1980, la spiaggia di Terracina, per i 4 Km di Ponente compresi tra l’Hotel l’Approdo e la foce del Portatore, era ormai ridotta ad una esile striscia instabile, con le onde invernali che giungevano a battere contro il muro di difesa del lungo mare ed appariva come lieve striscia sabbiosa solo in estate.

Dimostrazione emblematica che la mancata alimentazione naturale del litorale innescava fenomeni erosivi mai fermati dalla realizzazione di scogliere a gettata che inseguivano il fenomeno di arretramento del litorale.

Emerge, quindi, la necessità di evitare di contrastare eccessivamente i movimenti naturali delle acque marine, cercando di assecondarli il più possibile favorendo e agevolando la normale tendenza del mare al ripascimento, non impedendo cioè l’azione di trascinamento dei materiali sciolti lungo l’arenile ad opera delle correnti di riva.

In conclusione, la vera lotta all’erosione costiera può realizzarsi solo in maniera più naturalistica possibile anche attraverso la protezione e la valorizzazione delle praterie di Posidonia oceanica che esercitano una notevole azione di protezione della linea di costa dall’erosione, ospitano al proprio interno molti organismi animali e vegetali contribuendo alla conservazione della biodiversità ed hanno una notevole importanza nel sequestro del carbonio e nella produzione di ossigeno. 

Una condizione indispensabile per consentire la ricolonizzazione spontanea dei fondali e il ripristino delle praterie di Posidonia oceanica è quella di creare un ambiente protetto e stabile, anche attraverso l’impiego dei reef artificiali soffolti e permeabili, così come si evince dalla confortante relazione sui buoni risultati  relativi al ripopolamento della posidonia monitorati dall’ Università di Pisa.

Infatti, Terracina, a suo tempo fu finanziata dalla regione Lazio per l’esecuzione di un  primo stralcio sperimentale per la realizzazione di una scogliera permeabile tipo tecnoreef. 

Tali strutture assorbono l’energia delle onde erosive, favorendone lo spianamento prima che raggiungano la costa.

 A differenza delle barriere rigide impermeabili, che causano un “rimbalzo” dell’acqua con conseguente erosione del fondale, la permeabilità dei reef impedisce la formazione di onde riflesse.

L’attrito generato dalla base del reef rallenta l’avanzata dell’onda, determinandone il collasso e favorendo il deposito del particolato trasportato dalle correnti.

Tali strutture permeabili agiscono come veri e propri catalizzatori di vita marina, facilitando l’accumulo di microrganismi, alghe e piccoli animali, instaurando le catene alimentari necessarie per ricostruire la biodiversità.

Infatti, creando le giuste condizioni ambientali, gli organismi provenienti dalle aree limitrofe possono popolare nuovamente l’area in modo naturale.

L’obiettivo finale del sistema è la ricostituzione delle praterie di Fanerogame attraverso il recupero naturalistico della Posidonia oceanica, formando un “fondale rugoso” strutturato che stabilizza definitivamente l’ecosistema.Essendo strutture modulari e mobili, i reef offrono un vantaggio unico: una volta che il processo di ripristino ambientale si è stabilizzato e la biodiversità ha raggiunto un nuovo equilibrio dinamico, i reef possono essere rimossi per lasciare spazio a una naturalizzazione totale dell’ambiente.

A QUALCUNO PIACE BOLLENTE

Vorremmo dire la nostra, noi del WWF litorale laziale, sulla recente delibera di abbattimento di numerosi esemplari adulti di pino domestico che la Giunta Comunale di Terracina ha emesso a seguito di una semplice relazione della Polizia Locale secondo la quale gli alberi in questione vanno abbattuti perché pericolosi per l’incolumità dei cittadini; ma oltre ciò, non è stata esibita alcuna perizia tecnica dalla quale risulti l’effettiva pericolosità di ognuno di questi alberi, per cui la drasticità della decisione, francamente, ci sembra a dir poco incomprensibile. Non dovrebbe un’Amministrazione conservare un rapporto di assoluta trasparenza con i cittadini?  E’ chiaro che se le scelte vengono imposte dall’alto, senza spiegazioni esaustive, la cittadinanza, o buona parte di essa, si sentirà in (legittimo) diritto di protestare, tanto più che si tratta, in questo caso particolare, di un atto deliberativo che appare dettato dall’approssimazione e dal pregiudizio, senza che venga tenuta in alcun conto l’importanza di un patrimonio arboreo ormai ridotto all’osso di cui dovremmo occuparci con la massima cura, dati i tempi correnti. Su un punto, infatti, dovremmo essere tutti d’accordo: il cambiamento climatico non è un’opinione! E’ un tema troppo serio per essere relegato nell’empireo degli ideologismi e se la neutralità carbonica è un obiettivo troppo lontano da raggiungere per vari motivi legati alla geopolitica, l’ecoadattamento o la resilienza (chiamatelo come vi pare), come terapia parallela nel contrastare gli effetti derivanti dal global warming, è un’urgenza innegabile. Pena la nostra esistenza.

Eppure, basterebbe affacciarsi sul mondo e si saprebbe che molti Paesi stanno da tempo provvedendo a fronteggiare le catastrofi ormai inevitabili rigenerando città e metropoli con soluzioni ecosostenibili che puntano soprattutto sulla forestazione urbana, sulla depavimentazione delle città, sulla tutela delle falde idriche e sul ripristino e difesa della biodiversità, fondamentale per la vita sul pianeta. Tutti argomenti da noi trattati e proposti all’Amministrazione di Terracina, per ben 2 anni consecutivi, in occasione di “URBAN NATURE”, evento a carattere nazionale del WWF che ha lo scopo di promuovere la valorizzazione e la naturalizzazione del verde urbano come antidoto alla crisi climatica. Sia nell’edizione autunnale del 2023 che in quella del 2024, abbiamo inviato un nostro elaborato all’Amministrazione comunale, agli assessori competenti, ai consiglieri e ai dirigenti degli uffici tecnici, con proposta di collaborazione. Lo stesso documento lo spedimmo anche al Comune di Latina che, pensate un po’, tempo dopo ci ha risposto convocandoci per un incontro durante il quale l’assessore all’Ambiente del capoluogo di provincia, non solo ha mostrato sensibilità per le questioni poste, ma si è detto disponibile per una futura collaborazione. Un esempio incoraggiante che ci saremmo aspettati anche dal nostro Comune. Restiamo in fiduciosa attesa.

Per rimanere in tema, riteniamo utile estrapolare un punto dal nostro ultimo documento che riguarda proprio la forestazione urbana, tassello fondamentale incluso nell’ambito della rigenerazione urbana e in particolare, evidenziamo la necessità dei grandi alberi all’interno della città.

<Abbiamo bisogno di una maggiore copertura arborea ed arbustiva per contrastare l’inquinamento, per avere più ombra nei periodi caldi dell’anno e per la nostra salute, e gli alberi, soprattutto i grandi alberi, sono la soluzione. Sappiamo che i terreni in cui piantarne di nuovi sono insufficienti a causa della mancanza di una buona pianificazione che prevedesse spazi verdi ben distribuiti nel contesto urbano e adeguati al numero dei residenti e di una cementificazione selvaggia che tuttora continua a flagellare l’intero territorio comunale. Di conseguenza, quello che proponiamo è (oltre a piantarne di nuovi ove possibile) tutelare i pochi grandi alberi che ancora ci restano come patrimonio inestimabile e puntare sul miglioramento della qualità di aiuole, parchi e giardini pubblici, conferendogli il più possibile le caratteristiche tipiche di un bosco naturale (soluzione utile per la tutela della biodiversità e dunque anche per il contrasto alle malattie fungine o batteriche che colpiscono le piante in misura crescente, dati gli stress conseguenti al cambiamento climatico). Per raggiungere questo obiettivo, occorre confrontarsi con la realtà dello stato attuale e con i risultati della ricerca e riferirsi ad esempi di realizzazioni fuori dai nostri confini, che sono molti e ben collaudati. Questa è una premessa importante per procedere ad una pianificazione mirata ad una rigenerazione urbana veramente sostenibile in cui gli alberi siano, finalmente, i protagonisti principali per costruire un futuro migliore. La presenza dei grandi alberi è fondamentale perché forniscono all’ ambiente e ai suoi abitanti servizi ecosistemici essenziali e un’influenza benefica sulla psiche degli individui riducendone l’ansia, come dimostrato da numerosi studi scientifici. Ricordiamo che i benefici che essi generano, sono di gran lunga superiori a quelli generati da piccoli e giovani alberi, che impiegheranno decenni per divenire altrettanto performanti. Soprattutto ora che stiamo subendo le alte temperature di stagioni estive sempre più prolungate, l’ombra di un albero adulto e dalla chioma ben sviluppata è più che mai necessaria per combattere la formazione delle famigerate isole di calore, letali per le fasce più fragili della popolazione (quelle costituite da bambini piccoli, anziani e indigenti) e per i lavoratori del settore edile e agricolo. Il numero crescente delle morti a causa del surriscaldamento degli ambienti urbani, ha spinto le amministrazioni di alcune metropoli e città straniere ad adottare una nuova figura istituzionale: il CHO (Chief Heat Officer), o “Direttore del calore”, un esperto di strategie che rendano più resilienti e vivibili le città” >.

Sottolineiamo che le ondate di calore, che durante i freddi invernali tendiamo a dimenticare, qui da noi diventano sempre più frequenti e insopportabili e l’ombra diventa una risorsa “civica”, una condizione necessaria per la nostra salute. Secondo i risultati di uno studio riportato sul “National Geographic”, le temperature delle strade esposte alle radiazioni solari raggiungono dai 3 ai 7°C in più rispetto a quelle ombreggiate dagli alberi. Ne sappiamo qualcosa noi terracinesi quando in estate percorriamo a piedi le vie cittadine o quando parcheggiamo la nostra auto lungo le strade o nei piazzali antistanti i supermercati: per mancanza di chiome verdi raffrescanti, tortura assicurata che ci viene dalle grandi superfici asfaltate e dalle lamiere roventi delle automobili.

Per queste ragioni ci sconcerta la delibera di abbattimento dei pini che la giunta ha prodotto e crediamo che in  questo rientri anche un pregiudizio pericoloso che ha ben attecchito  nella mentalità comune (di cui, a quanto pare, i nostri amministratori si fanno dei convinti portabandiera): il Pino domestico ( Pinus pinea) passa per essere un” albero killer”, pericoloso a prescindere e vittima di maniacale dendrofobia, nonostante gli enormi benefici che ne derivano in termini di difesa della biodiversità, azione purificatrice dell’aria, miglioramento dei livelli di stress a causa dei composti organici volatili che emette e via dicendo.

E per quanto riguarda la sostituzione dei pini da abbattere: perché optare per una sola specie (Cinnammomum camphora) in via Appia, in via Badino e in viale Europa? E’ stato richiesto il parere di un agronomo? C’è la consapevolezza del fatto che le piantagioni monospecifiche sono la soluzione peggiore in termini di difesa ambientale?

In conclusione ci chiediamo: ma costoro, i decisori, non hanno genitori anziani, figli o nipoti delle cui sorti preoccuparsi? Hanno preso davvero coscienza della minaccia globale che sta sconvolgendo il mondo intero? Possibile che non si rendano conto delle interrelazioni che legano tutti gli aspetti della realtà in cui viviamo?

 E, soprattutto, sono consapevoli del peso del proprio ruolo e delle conseguenze delle proprie decisioni nei confronti dell’intera comunità cittadina da ora ad un domani non poi così lontano?

Emilio e l’acqua ramata

Emilio Selvaggi, ricordato con affetto nei giorni scorsi ad otto anni dalla scomparsa, era solito ripetere che aveva piantato tanti alberi ma ancor di più ne aveva salvati dagli incendi.


30 anni fa Emilio e un gruppetto di giovani appassionati di natura, I Lupi di Macchia appunto, si erano dotati di attrezzatura varia, scarpe, flabelli…pompe dell’acqua ramata, eh già, pompe per l’acqua ramata riempite però di acqua, per andare sugli incendi, contrastarli attivamente, in stretta collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato, fino allo spegnimento ed eseguire successivamente una corretta bonifica, pratica con la quale si assicura la riuscita dello spegnimento dell’incendio evitando a distanza di ore la ripartenza.
Erano anche attenti, in tempi di calma, a mettere in campo tutto ciò che fosse utile per prevenire l’innesco degli incendi stessi, come ad esempio il controllo del territorio e si cercava di capire chi fossero stati i responsabili e quali potessero essere le strategie da mettere in atto per scongiurare il pericolo.
Sempre Emilio Selvaggi era solito dire anche che gli incendi si spengono sul campo d’estate e negli uffici d’inverno, sintesi straordinaria per significare che a fronte di una macchina ben collaudata per spegnere gli incendi è necessario mettere in campo una serie di strategie atte a prevenire l’innesco dell’incendio con delibere, controlli, sanzioni e quant’altro utile a disincentivare “l’economia degli incendi”.
Diceva, sempre Emilio Selvaggi, che tutta la biodiversità cancellata da un incendio e la stabilità del terreno che perde coerenza man mano che diminuisce la presenza di piante ad alto fusto, non ce la restituirà nessuno: anzi, potremo aggiungere noi oggi alla luce dei tanti studi scientifici che avvalorano questa tesi, la situazione è ancora più grave per le conseguenze devastanti da eventi estremi a causa della crisi climatica ormai innegabile.
Noi che abbiamo raccolto l’eredità di Emilio Selvaggi di amore per la natura e di impegno e studio messo in pratica nel corso del tempo,(ricordiamo soltanto che gli studenti del Liceo da Vinci che con noi nel 2017 monitorarono il territorio sono stati poi insigniti del titolo di Alfieri della Repubblica dal Presidente Mattarella), noi WWF abbiamo voluto fortemente la creazione del coordinamento intercomunale sugli incendi boschivi mettendo a disposizione le nostre conoscenze e raccogliendo le competenze delle varie associazioni presenti sul territorio riguardo l’approccio più corretto al problema incendi.
Il Coordinamento si è quindi realizzato, il lavoro, articolato e ben strutturato, è arrivato alla conclusione e dopo la presentazione a tutte le amministrazioni e organi competenti, che ci sarà nelle prossime settimane, ci si auspica che le amministrazioni vogliano raccogliere i frutti di questo

lavoro corale convocando tutte le associazioni locali (in particolare quelle che hanno sottoscritto il documento reperibile al link: https://inbosco.weebly.com/ ad un tavolo dedicato al problema incendi boschivi.
Tutti i cittadini inoltre possono partecipare, da questo momento, ai lavori del coordinamento andando sulla stessa pagina web. In particolare, WWF Litorale Laziale, competente su tutta la costa laziale e quindi su tutti i comuni del coordinamento, è pronto all’incontro con tutti i comuni coinvolti, da Terracina ad Itri passando per Fondi, Monte San Biagio e Sperlonga.

Insieme e a piccoli passi si va lontani.

Osservazioni sul nuovo PUA

Sono mesi, forse più di un anno che seguiamo le vicende del PUA per la nostra città. Prima il PUAR (piano della Utilizzazione Arenile Regionale) che ci sembrava, nell’impianto generale, abbastanza accettabile. Accettabile e condivisibile perché partiva (parte) da presupposti importanti ormai ineludibili in qualsiasi parte del mondo: i cambiamenti climatici, ormai accertati e provati, stanno provocando a livello planetario una crisi climatica sempre più presente e pressante sulla natura, sui territori e naturalmente sulle comunità umane, per questo vanno adottate strategie di mitigazione e adattamento per ridurne gli effetti. Queste premesse le abbiamo trovate poi declinate nel PUA comunale, adottato preliminarmente dal consiglio comunale in epoca commissariale, dove venivano precisate alcune prescrizioni nel senso di quanto scritto precedentemente.
Inspiegabilmente invece il consiglio comunale, entrato in carica nel settembre 2023, invece dell’adozione in via definitiva ha optato per una revisione del documento.
Certo le ragioni sono apparse subito chiare tanto che si parla, ancora nell’ultimo consiglio, di “adeguare il PUA alle esigenze dei cittadini” e di quali cittadini è facile immaginarlo, non certo i cittadini che non potendosi permettere le tariffe in vigore presso gli stabilimenti balneari, potrebbero comunque usufruire della spiaggia libera. Ed è ipocrita definire spiaggia libera un tratto di arenile dove l’erosione è evidente e pesante, la pulizia assente e dove in compenso abbondano solo i sassi arrivati chissà da dove; spiagge libere di superfici irrisorie e molto spesso di pochi metri lineari.
Senza considerare che tutta la baruffa, 9 ore di commissione demanio, si è consumata sul tratto di arenile prospiciente la zona urbana. Senza considerare che dalla foce di Badino verso Sisto e dalla spiaggia di levante verso Napoli si assiste ad un vero e proprio Far West. Imprenditori balneari che spianano tratti di duna residua, realizzano ripascimenti, chiamati in un altro modo, in proprio, utilizzano le famose scogliere, quelle del ripascimento del 2006 per intenderci, ad uso e consumo personale; proprietari di ville costruite sulla sabbia che invece del ripascimento alzano muri, anche doppi, al risparmio, per fermare la furia del mare laddove l’erosione è davvero importante. E infine accessi inesistenti, negati perché di pertinenza di ville, villette, bar e campeggi.
Altro tema assolutamente eclissato è quello dell’uso dell’arenile, ormai da 5 anni, da parte delle tartarughe Caretta caretta, specie protetta, i cui individui femmine insistono ad uscire dal mare e tentare la nidificazione sul nostro litorale. Neanche una parola sulla necessità di regolamentare la pulizia della spiaggia, sull’uso dell’illuminazione e altro. Una dichiarazione di “Comune amico delle tartarughe” non si nega a nessuno, una stretta di mano davanti al fotografo e il gioco è fatto. Diverso è operare, di concerto con i ricercatori della Regione che operano sul campo, affinché questi animali possano trovare un ambiente accogliente o quanto meno non respingente o ostile; ne è la prova il ritrovamento di tracce senza nidificazione (U turn) segno che la tartaruga è uscita ma, disturbata, è tornata in mare, oppure il ritrovamento della traccia dell’egg chamber (camera scavata nella sabbia dove la tartaruga depone le uova) scavata ma non utilizzata, vuota, e anche in questo caso pensiamo che la tartaruga sia stata spaventata o disturbata.
E non si pensi che il PUA sia altro rispetto alla gestione del verde o della mobilità nel tratto immediatamente contiguo all’arenile. Molte Tamerici, alberi che regalano un’ombra gradevolissima e senza soluzione di continuità in alcuni tratti, sono inspiegabilmente morte stecchite e la loro mancanza non si è fatta sentire specie per quelle attività commerciali che le vedevano come un intralcio. Il verde delle aiuole viene potato in malo modo e dove ci dovrebbero essere essenze striscianti spesso la terra è desolatamente coperta da plastica o da rifiuti. Per quanto riguarda la mobilità la pista ciclabile, unica in città, è dominio di bici elettriche che sfrecciano anche a 40Km orari e la sede stradale è perennemente invasa da auto che inquinano l’aria. Inoltre sia la sede stradale che la pista ciclabile si allagano puntualmente ad ogni piccola pioggia perché i tombini sono occlusi e le acque, vorremmo ricordare che raccolgono gli inquinanti che si depositano sull’asfalto, si disperdono sull’arenile invece che essere convogliate correttamente.
In questo momento (ore 18.00 di giovedì 3 ottobre), mentre si discute usando bizantinismi per arrivare non si sa dove, una potente mareggiata si è mangiata la spiaggia, viale Circe è tutto allagato e l’acqua arriva a coprire i marciapiedi e in via Badino, davanti alla scuola Giovanni Paolo, le auto affondano fino a metà delle ruote nell’acqua che non è riuscita a defluire a causa della cementificazione e della pessima rete fognaria.
Non si può far finta di niente davanti alle centinaia di metri quadrati di mattoni di cemento lasciati sull’arenile dopo lo smontaggio delle strutture. In termini di impermeabilizzazione del suolo e di erosione equivalgono a un palazzo o un parcheggio.
Non possiamo tacere perché non degno di una città davvero sostenibile e solidale, la situazione dell’arenile circa l’accesso ai disabili.
In sintesi quindi la nostra associazione richiama l’amministrazione ad avere a cuore davvero la salute dei cittadini e dell’ambiente cercando e mettendo in atto strategie che aiutino l’economia che in tutto il mondo quando si parla di turismo sostenibile, è un settore in continua crescita. Il focus dell’azione amministrativa quindi si dovrebbe fissare su;
PUA (modificato)
PIANO DEL VERDE (indispensabile per il caldo estremo e le piogge torrenziali anche sul litorale)
PUMS (con rifacimento del sistema di captazione delle acque meteoriche)
E soprattutto controlli.

Urban Nature 2024

L’estate 2024 sembra terminata ma forse ci riserva ancora sorprese; la stessa, da mesi, ci sta mettendo tutti a dura prova per le caratteristiche meteo – climatiche che abbiamo potuto sperimentare.

Le città della nostra provincia sono sempre tra le più calde d’Italia ed anche la nostra Terracina si è presentata, in luglio e agosto, come attanagliata in una “bolla di calore” che ha reso la vita insostenibile.

Dal 2018, annus horribilis in cui l’uragano ci ha dimostrato la veridicità delle previsioni, non abbiamo fatto nulla per invertire la rotta. Non si è mai programmato nessun piano di azione o investimenti a breve, medio e lungo termine, atti a contrastare il global warming crescente e a rendere resilienti le città e i territori in cui viviamo. Come se, per un singolare e perverso meccanismo di autodistruzione, i primi freddi e le prime piogge cancellassero il ricordo dei gravi disagi vissuti e, dunque, la consapevolezza profonda del pericolo per la nostra salute. 

Il WWF Italia quest’anno, in occasione dell’evento URBAN NATURE, lancia attraverso la rete locale, la realizzazione di iniziative di RIGENERAZIONE URBANA finalizzate alla mitigazione del danno climatico a cui tutti siamo sottoposti, ma più ancora gli anziani, i bambini piccoli, i malati e gli indigenti.

Per questo motivo e proprio perché convinti del nostro pensiero e della necessità di azioni non più procrastinabili, sono al nostro fianco l’associazione ISDE (medici per l’ambiente), alcuni comitati di cittadini e il gruppo scout Terracina 3.

Al fine di realizzare questo progetto, in un primo momento nelle forme più semplici abbiamo programmato, per il giorno 28 settembre p.v., una iniziativa nel parco Bachelet e vi diamo appuntamento alle 16:30.

I ragazzi scout collaboreranno con noi per sensibilizzare le persone ad avere cura del parco, dalla pulizia alla gestione, in termini di cura e rispetto, del verde; gestione che spetta all’amministrazione ma che necessita dell’impegno dei cittadini nel sollecitare gli interventi.

Molti cittadini si stanno ribellando sui social al taglio dei pini che sta avvenendo in giro per la città e sono al nostro fianco per chiedere la massima cura delle nostre aree verdi, isole di fresco e di biodiversità.

Breve storia triste del verde di Terracina

Ogni procedimento autorizzativo, ogni atto amministrativo che avvenga in buona o cattiva fede in contrasto con la normativa vigente in materia, con le leggi dello Stato, Regione o di Enti sovranazionali, si traducono inevitabilmente in un danno per il patrimonio di una comunità, dell’ambiente e della dignità e del futuro dei cittadini, specie i più fragili.

La realizzazione di alcuni progetti di rigenerazione urbana, il parcheggio in Piazza dei Cavalieri di Vittorio Veneto e quello interno con ingresso da via Lungolinea Pio VI, e le autorizzazioni ad alcuni interventi in proprietà private, ci fanno temere purtroppo sul reale interesse che la nostra città ha per il verde come patrimonio in sé, un patrimonio che rappresenta una delle ultime speranze per quelle strategie vitali per la sopravvivenza della vita sul nostro Pianeta.

Tutti quelli che si interessano di cambiamenti climatici e della conseguente crisi climatica insistono su due azioni fondamentali: la mitigazione degli effetti e l’adattamento ai cambiamenti. In tutti e due i casi l’implementazione del verde, in termini di biomassa e di azione meccanica sul suolo, rappresenta un punto focale.

Nel nostro comune invece, con tutte le fiacche autorizzazioni da parte degli organi preposti, vengono abbattute decine di piante e, quando questo avviene, vengono sostituite con essenze alloctone; ne è un fulgido esempio la sostituzione dei pini di viale della Vittoria con piante di Canfora, spontanee in Asia. Il Comune ha, di conseguenza, autorizzato anche in una villa adiacente la sostituzione di molti lecci, in ottimo stato di salute, con queste piante.

Ora ci troviamo di fronte una proprietà inizialmente privata, villa Adrower, che è tornata privata dopo un passaggio alla proprietà comunale e quindi di proprietà della comunità di Terracina. Un’area sì ricca di Pini ma anche Ulivi, specie di cui è vietato l’abbattimento con una legge del 1951, e addirittura se ne vieta l’espianto, con legge regionale, se l’ulivo è monumentale.

Purtroppo alla luce dell’assenza di un piano e regolamento comunale del verde pubblico e privato e di una scarsa conoscenza di quanto la comunità scientifica, in supporto alla azione legislativa, faccia per tutelare il patrimonio del verde, si assiste all’effetto devastante che è sotto gli occhi di tutti.

Ciò conferma una carente sensibilità ambientale che porta persino ad ignorare le Direttive Europee relative al divieto di potare alberi, arbusti e siepi durante il periodo di nidificazione degli uccelli. Direttive finalizzate alla protezione dell’avifauna e della biodiversità in genere.

Occorre, quindi, essere consapevoli di cosa succede intorno a noi, di cosa priviamo i nostri figli e nipoti e del fatto che i responsabili non trovano nessun impedimento da parte di chi dovrebbe guidarli a scelte al passo con i tempi.

IL MONDO AGRICOLO IN RIVOLTA E LE ISTITUZIONI COME RISPONDONO?

Da giorni il Paese è alle prese con la protesta del mondo agricolo, c’è grande confusione, soprattutto nel mondo politico, nel capire il vero problema tanto da scaricare le responsabilità sull’Europa, senza porsi il dubbio che probabilmente alcune cause del problema sono interne al nostro sistema produttivo.

Sono davvero le politiche Europee sull’ambiente a mettere in crisi alcuni comparti del settore agricolo italiano?

Sono per caso le mancate attuazioni di programma degli stati membri a non mettere in pratica in modo adeguato i programmi richiesti?

Sarà il Regolamento UE sui pesticidi a creare problemi all’agricoltura italiana?

Certo, i problemi non sono nati oggi, sono anche abbastanza datati, ma in questo periodo le crisi dei popoli, le guerre, hanno accentuato le molte fragilità del comparto agricolo mettendolo a dura prova, per questo le risposte della politica devono essere forti ed esaustive.

Tra le tante criticità venute fuori c’è ad esempio il non aver indirizzato una politica agricola che servisse in primis alle esigenze interne del Paese ricorrendo ad una politica di mercato, sicuramente molto soddisfacente per i grossi imprenditori agricoli, lasciando indietro quelle piccole e medie realtà che invece erano e sono il fulcro di un’agricoltura semplice, ordinata, che metteva e mette in atto pratiche colturali adatte al territorio, rispettando le stagionalità, rispettando il territorio, ma soprattutto i consumi.

Purtroppo l’agricoltura viene vista sempre come un settore da sussidiare e non come fonte trainante della nostra economia, tant’è che non è quasi mai al centro di una politica di settore programmatica, si è dato più risalto alla trasformazione che alla produzione primaria.

Le scelte e l’indirizzo dell’agricoltura italiana sono state lasciate in mano alle industrie come quelle semenziere, quelle della trasformazione, della grande distribuzione e della commercializzazione che hanno deciso cosa seminare, su quali prodotti puntare, sconvolgendo in questo modo anche quei prodotti caratteristici che erano parte del nostro patrimonio produttivo; sono nati quindi una serie di problemi in diversi comparti agricoli, molte produzioni sono state oggetto di  eccedenze provocando così, un crollo di prezzo alla produzione. Altri settori agricoli  molto spinti per una produzione per i mercati Europei che Extra Europei, sono tuttora in mano a poche persone ben organizzate. (L’export dell’agroalimentare italiano 2022 ha toccato 50 miliardi dati CREA).

Una protesta poco ascoltata dalla politica attuale che ha semplificato e imputato il problema al Green Deal senza sapere invece che se attuata potrebbe essere una risorsa o meglio un’opportunità che vedrebbe accrescere il loro profitto, vista l’attenzione alla sostenibilità. I consumatori sono cambiati e si rivolgono sempre più verso prodotti ottenuti con metodi sostenibili, rispettosi della natura nella sua meravigliosa complessità e della salute umana.

Riporto una attenta analisi fatta dal dott. Fantini in questi giorni, sicuramente non molto amico delle associazioni ambientaliste, ma un attento ed autorevole esperto di agricoltura e zootecnia del nostro Paese che dice:

 “Chiedere di annullare il Green Deal non fa bene all’immagine dell’agricoltura. Dà invece un ulteriore aiuto alle multinazionali del cibo che hanno tutto l’interesse a delegittimare la produzione primaria a vantaggio del cibo ultra-processato, che è bene chiarire per evitare ulteriori confusioni non è né la farina d’insetti e neppure la carne coltivata”.

Non va contestato il Green Deal Europeo ma come è stato gestito a livello EU e a livello nazionale perché è un’opportunità sia per i cittadini e sia per gli agricoltori”.

I veri problemi del comparto agricolo sono:

• Costi di produzione troppo elevati 

• Crisi del prezzo al produttore

• Prezzi elevati al consumo con crisi di mercato  

•  Costi troppo elevati per carburanti, energia, consorzi di bonifica ecc

• Rappresentanza sindacale debole con il comparto agricolo ma molto consociativa (condivisione del potere).

Ecco alcuni esempi

1 ql   di grano al produttore viene pagato 25 € =  1 kg di pane al consumo minimo 2,50 €  

1 lt   di latte al produttore viene pagato 50 centesimi =  1 lt di latte minimo 2.00 €

1 kg di zucchine viene pagato 1.00 € = 1 kg al consumo 5.00 €

Di esempi se ne possono fare tanti, ma vediamo meglio dove si trova la vera criticità all’interno di una filiera produttiva:

Produttore                                Corpo intermedio                                    Consumatore

1 € zucchina —————————???? ————————————— 5.00 €

All’interno del cosiddetto corpo intermedio troviamo tutti i rappresentanti della intermediazione che sono i grossisti, piazzisti, rivenditori, gruppi d’acquisto, trasportatori ecc. ed è proprio in questa sequenza di passaggi che il prodotto agricolo viene rivenduto più volte fino ad arrivare al consumatore quale ultimo anello della filiera a subire un prezzo non reale e molto elevato rispetto al costo di partenza.

La differenza tra il prezzo alla produzione ed il prezzo al consumo è veramente notevole, ed è qui che bisogna intervenire.

L’agricoltura purtroppo è stata esposta a speculazioni finanziare, rincorsa ai prezzi e profitti economici.

E cosa rispondono gli attuali responsabili politici?

Si pensa ad un’agricoltura di “Marchi” e alle “Eccellenze”, come se questo fosse la panacea

Si pensa al Made in Italy? Siamo uno dei paesi più grandi esportatori di pasta, ma non siamo autosufficienti per la produzione del grano, e allora? Non lo saremmo neanche se lo piantassimo in tutte le zone in cui è possibile produrlo, e allora il Made in Italy qual’è?

Si definiscono “Ecologisti” perché difendono il mondo agricolo, abolendo il regolamento sui pesticidi e mettendo in discussione Green Deal e invece rappresentano l’esatto contrario, tanto per essere precisi cito la definizione Treccani sull’ecologia

Studio delle interrelazioni che intercorrono fra gli organismi e l’ambiente che li ospita. Si occupa di tre livelli di gerarchia biologica: individui, popolazioni e comunità”.

Dott.ssa Patrizia Parisella per OA WWF Litorale Laziale

Sollecitato il Comune per i lavori di manutenzione del Parco della Rimembranza

Proprio oggi è stata inviata al Comune di Terracina una pec per sollecitare gli urgenti lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria di cui il Parco ha bisogno da diverso tempo.

Questo l’estratto della comunicazione inviata.

“Non avendo ancora avuto riscontro, da parte dell’Amm.ne comunale, ai continui solleciti relativi all’oggetto, si reitera la richiesta e si fa  presente che il Parco della Rimembranza è ubicato su un’area fortemente in declivio e posta alla base, a Nord-Est del sovrastante ed imponente muraglione in “opera poligonale” dell’antica acropoli, a Nord dell’antico convento di San Francesco ed a Sud-Ovest della grande e non meno imponente parete in “opera quadrata”, in parte bugnata, del cosiddetto tempio di Minerva.

Nonostante l’abnegazione dei volontari che, giornalmente e fino alla chiusura del Parco per motivi di sicurezza, si sono prodigati per la salvaguardia degli aspetti ambientali del complesso monumentale, provvedendo ad effettuare tutti i piccoli interventi manutentivi atti a garantire le ordinarie condizioni di fruibilità, occorre far presente che da alcuni anni l’Amm.ne comunale non ha più dato seguito agli obblighi di cui all’art. 4 della convenzione che pone a carico del Comune “tutti gli interventi manutentivi ordinari e straordinari, messa in sicurezza del sito e quant’altro ritenuto necessario per assicurare la pubblica incolumità”.

A cominciare dall’antico e monumentale ingresso che, privo di interventi manutentivi da parte del Comune negli ultimi anni, ha comportato l’ammaloramento di tutte le facciate della scalinata con sfaldamento dell’intonaco e rovina dell’effetto decorativo delle pareti in finto travertino.

Tutte le strutture lignee di contenimento del terrapieno e delle scarpate lungo i sentieri sono ormai fatiscenti o crollate, con evidente scivolamento del terreno a valle e sui percorsi.

Le staccionate ed i pergolati in legno lungo i sentieri adiacenti le scarpate sono per la maggior parte divelte a causa della fatiscenza delle strutture lignee dovuta alla mancata manutenzione ordinaria e/o straordinaria da parte del Comune, con evidente pericolo per i visitatori.

Parte dei sentieri scalettati sono ormai ammalorati a tal punto che, al fine di evitare pericoli di cadute, sia per i gradini malconci che per i corrimani divelti o fatiscenti, il WWF, già prima della interdizione Commissariale al Parco, era stato costretto ad interdirli ai visitatori ed ai volontari stessi.

Le pietre dei muri a secco, che fanno da contenimento al terrapieno lungo i sentieri, sono, in alcuni tratti, in parte allentate ed in parte sfilate e franate sui percorsi dei visitatori.

Più volte abbiamo ritenuto necessario far effettuare un sopralluogo al bastione di contenimento dell’acropoli, posto sul lato Est del confine col parco, da parte di un tecnico strutturista e della Soprintendenza Archeologica, in quanto tale parete in pietra poligonale presentava delle fessurazioni che denotavano una evidente traslazione orizzontale e “spanciamento” del muro stesso (come poi dimostrato con perizia tecnica di professionista abilitato inviata dal WWF a Codesta Amm.ne)

La criticità dello stesso, come di altre strutture del parco, è stata più volte fatta presente con precedenti nostre note.

Inoltre, nel parco esiste una piccola costruzione adibita a WC pubblico per i visitatori ma è chiusa da alcuni anni in quanto, nonostante continui solleciti del WWF, non sono mai stati effettuati i necessari lavori di manutenzione straordinaria da parte del Comune.

Le aree alberate versano in uno stato di abbandono in quanto il parco, negli ultimi anni, non è stato adeguatamente curato dal punto di vista vegetazionale da parte del Comune.

Ciò nonostante, il gruppo di lavoro del WWF locale (prima della interdizione Commissariale all’ingresso per motivi di sicurezza) ha effettuato e continuava ad effettuare la manutenzione minuta del parco, come, ad esempio, la costruzione e messa in opera della cartellonistica lungo i viali, il ripristino (anche se di competenza del Comune) di alcune delle staccionate lignee ormai fatiscenti, il ripristino e/o ricostruzione dei cestelli della raccolta rifiuti in legno ed ormai marcescenti, il ripristino di tutte le panchine in legno che, nel tempo, sono state rovinate dalle intemperie, la cura di alcune di quelle specie botaniche del parco che hanno rischiato e rischiano di morire a causa della carente manutenzione della ditta del verde, la costruzione delle panche e dei tavoli rustici del belvedere e relativo pergolato ed altre operazioni giornaliere tipo l’innaffiatura (compito della ditta del verde e cioè del Comune) di tutte quelle piante che, a causa dei periodi di siccità degli ultimi tempi, stanno morendo e/o deperendo con grande rischio per il terrapieno che, privato della presenza dell’apparato radicale delle piante, sta scivolando a valle.

Mancando una cura assidua delle essenze vegetali, in special modo delle piante di alto fusto, il terreno sta diventando sempre più friabile con evidente pericolo di frana a valle, come evidenziato dalla perizia tecnica ed anche a causa della mancata irrigazione nel periodo estivo”