Arriva San Giuseppe, non solo polveri sottili dai fuochi della tradizione

IMG_0428Da molti anni ormai la tradizione dei fuochi di San Giuseppe si è trasformata da un’occasione di genuina socialità nei quartieri (le frasche da bruciare provenivano da saccheggi a volte selvaggi perpetrati dai ragazzi nei boschi vicini alla città o nei parchi pubblici) in un vero incenerimento all’aperto di rifiuti speciali pericolosi.

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Basta girare per la città per vedere informi cumuli di resti di potature dei giardini mischiati con sacchi di plastica, elementi di vecchi mobili di legno trattato o addirittura rivestiti di formica, barattoli, ……

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Il rischio è grande e questi fuochi andrebbero proibiti, sono ormai discariche, abusive o meno, che vengono incendiate.

Fermiamo questo grave inquinamento!

 

IMG_0431Non siamo i soli a dirlo. Nel Veneto esiste da sempre la tradizione dei “pan e vin”, feste popolari dell’Epifania che si svolgono attorno a grandi fuochi all’aperto. Quest’anno l’ARPA regionale ha emesso un comunicato sull’inquinamento prodotto dalla combustione di legna trattata arrivando a scrivere «Questi falò hanno un pericoloso effetto, tutt’altro che secondario».

 

IMG_0432«Durante i roghi si producono notevoli quantità di polveri sottili, le cui concentrazioni medie giornaliere raggiungono livelli eccezionali. In particolare, domenica 6 gennaio sono state misurate concentrazioni di Pm10 almeno 3 volte più alte del valore limite giornaliero (50 µg/m3) in tutti i capoluoghi di provincia di pianura».

 

«Si fa presente – continua il comunicato – che la combustione di materiali eterogenei all’aperto, che caratterizza queste manifestazioni, porta alla formazione di altre sostanze pericolose, quali i composti organici volatili e gli idrocarburi policiclici aromatici. Infatti quando le condizioni di combustione non sono controllate, la stessa efficienza della combustione è molto bassa e favorisce la liberazione di sostanze nocive e di polveri, che possono permanere anche per diversi giorni nella bassa atmosfera. Per questo motivo, sia a livello comunitario sia nazionale, è stata presa una chiara posizione contro l’accensione di fuochi all’aperto, siano essi legati a iniziative popolari o pratiche agricole. Nel Piano Regionale di Tutela e Risanamento dell’Atmosfera, attualmente in fase di revisione e prossimamente in consultazione pubblica, si condivide tale posizione confermando forti restrizioni per le combustioni all’aperto».

 

 

1993-2013 Venti anni di degrado e abbandono del vecchio ospedale; e se i terracinesi se lo riprendessero?

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Sono passati venti anni dalla sua perdita da parte della città di Terracina ad opera del decreto dell’allora ministro della Sanità, Francesco De Lorenzo, che imponeva il passaggio al patrimonio delle ASL di tutte le strutture comunque occupate da queste alla data della sua applicazione. E pensare che l’ospedale nuovo era già costruito ma si tardò nelle operazioni di trasferimento fino a superare il fatidico 31 dicembre per cui la struttura, ancora occupata dai reparti, passò “legalmente” dal Comune alla Regione.

In questi due decenni sul vecchio ospedale è stata realizzata l’operazione economico-finanziaria della cartolarizzazione mentre è stata mandata in malora sotto gli occhi dell’intera città e dei turisti che la visitano la struttura in gran parte costituita da edifici storicamente rilevanti.

All’epoca le uniche voci che si levarono contro la perdita di tale patrimonio furono quelle delle tre Associazioni storiche, ArcheoclubCultura e TerritorioWWF;  si attivarono subito inviando alle Istituzioni in qualche modo coinvolte una lettera         ( lettera1 lettera2 ) in cui opponendosi al trasferimento della struttura del vecchio ospedale al patrimonio della USL LT5  ne chiedevano un uso socio-culturale, vista la sua posizione di cerniera naturale tra il centro storico alto e il parco naturalistico-archeologico di Monte sant’Angelo.

In questo non fecero altro che riprendere il progetto elaborato anni prima dagli architetti Cervini e Giusberti ProgCervini.

Che il vecchio ospedale ospitato nell’ex convento di san Francesco rientrasse nel patrimonio della città di Terracina non c’erano dubbi come appare nell’Inventario generale dei Beni immobili, mobili e di uso pubblico compilato nel 1900 dal regio commissario Giovanni Muffone Invent1Invent2Invent3.

La ricostruzione delle vicende dei beni dell’ex-convento di san Francesco desunta da documenti giacenti presso l’Archivio centrale dello Stato di Roma presentata in allegato alla lettera alle Istituzioni, meritoriamente ripresa e ampliata in tempi più recenti dal blog di TerracinaRialzati e che qui si può leggere, mostra la cronica mancata difesa degli interessi della città da parte dei propri rappresentanti.

Oggi, c’è qualche rappresentante terracinese nelle Istituzioni, Comune-Provincia-Regione, disposto a fare propria la rivendicazione dell’ex-ospedale studiando la questione e cercando la forma migliore per garantirne il successo?

Il vecchio ospedale di Terracina continua ad essere terra di nessuno

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Continuano i raid di ignoti nei locali fatiscenti del vecchio ospedale, a chi tocca fermarli?

 

 

Sulla stampa locale oggi viene riportata la denuncia di cittadini residenti intorno al vecchio ospedale che hanno avvertito la presenza di persone all’interno della struttura nonostante la chiusura dei cancelli.

Da tempo si registrano atti di vandalismo e gesti pericolosi come il lancio di pietre sul sottostante parco della Rimembranza, incursioni nei vicini locali del gruppo scout e incendi di materiale cartaceo nelle sale, l’ultimo ha messo in serio pericolo la stessa vegetazione del parco.

A chi appartiene il vecchio ospedale?  E’ ora che i proprietari prendano tutte le misure necessarie prima che avvenga l’irreparabile.

Sono a rischio i visitatori del parco, i volontari che vi lavorano nella manutenzione e lo stesso curatore, prof. Selvaggi.

 

La struttura pare sia accatastata a carico dell’Azienda sanitaria locale che la detiene da vent’anni.

Un decreto legislativo (ministro della sanità Francesco De Lorenzo), il d.l. n.502 del 30/12/1992 applicativo della legge n.421 del 23/10/1992 stabilì all’art.5 che “ Nel rispetto della normativa regionale vigente, tutti i beni mobili, immobili, ivi compresi quelli da reddito, e le attrezzature che, alla data di entrata in vigore del presente decreto, fanno parte del patrimonio dei comuni con vincolo di destinazione alle unità sanitarie locali sono trasferiti al patrimonio delle unità sanitarie locali e delle aziende ospedaliere;….”

A quell’epoca la costruzione del nuovo ospedale era ultimata da mesi ma il trasferimento tardò tanto da far ricadere la struttura nella trappola del decreto De Lorenzo.

La comunità perse una proprietà patrimoniale che le era stata assegnata “in enfiteusi dalla sacra Congregazione degli Studi con istrumento atti Bartoli del 3 ottobre 1858”, come appare nell’Inventario Generale dei Beni Immobili  Mobili e di Uso Pubblico compilato dal regio commissario nel 1900.

 Il proprietario, quindi, si faccia avanti e si assuma le proprie responsabilità non solo nella messa in sicurezza della struttura e nel chiudere gli accessi a chicchessia  ma anche per evitare i danni che potrebbero essere arrecati alla parte storica dell’edificio.

Almeno per quest’ultimo aspetto sarebbe necessario anche l’intervento delle Istituzioni, Comune e Sovrintendenza ai Beni culturali.

Finalmente anche in Italia una legge sulla tutela degli alberi monumentali!

dal sito testata3

FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI
PER LA TERRA E IL PAESAGGIO

Gli alberi sono essenziali per la nostra salute ed hanno anche un valore storico e culturale. La loro conservazione è fortemente collegata alla difesa del territorio. L’Italia ha finalmente una legge che tutela gli alberi monumentali: la Legge 10/2013 “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”.

Ecco un estratto dell’articolo di Carolina Tagliafierro, Economista del Paesaggio.

Pubblicata in G.U. 01.02.2013, la legge arriva a colmare un vuoto legislativo a livello nazionale che metteva a rischio la stessa sopravvivenza dei “grandi patriarchi verdi”. La mancanza di una legge nazionale, infatti, aveva creato un’area di autonomia legiferativa da parte delle regioni e l’esistenza di leggi e regolamenti diversi, che di fatto rischiavano di indebolire tutto l’apparato di tutela.

L’art. 7 della nuova legge riporta le “disposizioni per la tutela e la salvaguardia degli alberi monumentali, dei filari e delle alberate di particolare pregio paesaggistico, naturalistico, monumentale, storico e culturale”. A tal fine si definiscono i criteri per identificare un albero monumentale, rendendoli univoci ed omogenei su tutto il territorio nazionale. Si definisce, quindi, albero monumentale:

a) l’albero ad alto fusto isolato o facente parte di formazioni boschive naturali o artificiali ovunque ubicate ovvero l’albero secolare tipico, che possono essere considerati come rari esempi di maestosità e longevità, per età o dimensioni, o di particolare pregio naturalistico, per rarità botanica e peculiarità della specie, ovvero che recano un preciso riferimento ad eventi o memorie rilevanti dal punto di vista storico, culturale, documentario o delle tradizioni locali; 

b) i filari e le alberate di particolare pregio paesaggistico, monumentale, storico e culturale, ivi compresi quelli inseriti nei centri urbani; 

c) gli alberi ad alto fusto inseriti in particolari complessi architettonici di importanza storica e culturale, quali ad esempio ville, monasteri, chiese, orti botanici e residenze storiche private.

Entro sei mesi dall’entrata in vigore, i comuni devono identificare principi e criteri per il censimento degli alberi monumentali nel proprio territorio e fornire questa informazione alla rispettiva Regione, la quale, a sua volta, entro i successivi sei mesi (quindi più o meno entro febbraio del prossimo anno), redige l’elenco regionale e lo trasmette al Corpo Forestale dello Stato (CFS). E’ il CFS che ha il compito di gestirel’elenco nazionale, che deve essere reso pubblico e disponibile a tutti sui siti internet delle competenti istituzioni. Per le Regioni afflitte da “persistente inerzia” il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali attiva i poteri sostitutivi.

Questa legge costituisce, quindi, un’importante novità. Per la prima volta in Italia, la tutela degli alberi monumentali e’ legge dello Stato e gode di un quadro normativo omogeneo per tutte le regioni.

Agli alberi monumentali e’ riconosciuto non solo un valore ambientale ma anche culturale: essi diventano simbolo di importanti eventi storici, culturali, tradizioni o semplicemente identificano l’identità di un luogo e della gente che vi vive.

Se tutto va bene, tra un anno dovremo avere un database degli alberi monumentali italiani, ai quali potra’ essere applicata una tutela specifica.

La conoscenza dell’attuale presenza sul territorio di alberi monumentali, infatti, e’ prerequisito importante per l’attivazione delle misure di tutela e conservazione previste dalla nuova legge, quali la limitazione di attività nell’intorno che possano essere di danno, la identificazione di misure di gestione ordinaria e straordinaria ed il sanzionamento con una multa da 5.000 a 100.000 euro in caso di abbattimento o danneggiamento, che costituisce comunque reato.

Leggi l’articolo completo (file pdf, 110 kb) >

Il cartello degli ambientalisti ha incontrato Lista Monti, LNP, Movimento 5 Stelle, Pd, Pdl, Rivoluzione Civile, Sel, Fratelli d’Italia e si è confrontato con i leader Ingroia, Maroni e Vendola e con molti candidati alle elezioni nazionali. Ecco il resoconto.

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“C’è un cambio di passo nell’attenzione ai temi ambientali in questa campagna elettorale, che però ancora stenta a diventare consapevolezza sulla necessità di un Green Deal per uscire da una crisi che è nel contempo economica ed ecologica e c’è una voglia trasversale agli schieramenti di collaborare al di là degli steccati alla ri/conversione ecologica del Paese: lo ricaviamo dalle 16 ore di maratona per 8 incontri che abbiamo avuto con tutte le forze principali di centro-sinistra, centro e centro-destra, in lizza nelle Elezioni 2013, alle quali abbiamo chiarito che siamo disposti a collaborare anche dopo le elezioni, verificando nei primi 100 giorni di Governo la qualità del loro impegno”.

 

Questo è il primo risultato del forcing di sette tra le più importanti associazioni ambientaliste, a cui aderiscono oltre un milione di iscritti (CAI, FAI, Federazione Pro Natura, Greenpeace Italia, Legambiente,Touring Club Italiano, WWF), che hanno proposto all’attenzione delle forze politiche  il loro documento di 80 proposte (di cui 28 prioritarie)” Elezioni nazionali 2013: Agenda ambientalista per la Ri-Conversione ecologica del Belpaese”.

 

Il cartello di  7 associazioni ha incontrato i leader di partito Antonio Ingroia (Rivoluzione Civile), Roberto Maroni, (Lega Nord Padania), Nichi Vendola (Sel) e complessivamente 19 candidati alle elezioni nazionali. Per il Pd hanno incontrato, delegati dai leader di partito, la responsabile Ambiente, Stella Bianchi; per il Pdl i senatori Antonio D’Alì e Andrea Fluttero; per la Lista Monti, la candidata Ilaria Borletti Buitoni, per il Movimento Cinque Stelle i candidati nazionali Federica Daga, Marta Grande, Claudio Sperandio, Stefano Vignaroli, Andrea Zaccagnini. Il documento alla base del confronto, i resoconti degli incontri raccolti nel “Diario elettorale 2013” e l’analisi “L’ambiente nei programmi e nelle agende” sono disponibili on-line sui siti delle associazioni per chiunque voglia farsi un’idea del grado di sensibilità ambientale dimostrata da partiti, liste, movimenti. E hanno ricavato una Antologia dei temi ambientali nei programmi e negli incontri

E’ questo  il risultato del forcing avviato lo scorso 31 gennaio e conclusosi il 20 febbraio sulla base dei contenuti salienti dell’Agenda ambientalista trattati negli incontri e che sono serviti per valutare i contenuti dei programmi; contenuti che sono qui sintetizzati:

1. l’esigenza di redigere una Roadmap nazionale di Decarbonizzazione e di uso efficiente delle risorse nella produzione dell’energia elettrica, nei trasporti, nell’industria e nei servizi che sostengano  la Green Economy;
2. fissare l’Obiettivo del 100% Rinnovabili procedendo alla chiusura progressiva delle centrali alimentate con combustibili fossili, e rinunciando a ogni piano di trivellazioni petrolifere off shore;
3.  integrare la Strategia nazionale sulla biodiversità (l’Italia è il Paese europeo più ricco di biodiversità) approvata nell’ottobre 2010 con la programmazione nei diversi settori economici;
4. definire un Piano nazionale della mobilità che superi l’insostenibilità economico e ambientale del Primo Programma delle infrastrutture strategiche, abbandonando il progetto del Ponte sullo Stretto e l’AV Torino Lione;
5. elaborare una nuova legge di Governo del territorio, che aggiorni la disciplina urbanistica ferma al 1942  e pervenire ad una normativa sul consumo del suolo che usi la leva fiscale per disincentivare l’espansione edilizia e incentivare la riqualificazione del patrimonio esistente;
6. introdurre tra i principi fondamentali della Costituzione la tutela dell’ambiente e garantire un’adeguate tutela penale dell’ambiente;
7. procedere ad una Programmazione integrata dei beni e delle attività culturali sollecitando la piena collaborazione tra Stato e Regioni;
8. varare un Piano della Qualità per il settore turistico che valorizzi i beni culturali e ambientali;
9. ripristinare i tagli al Bilancio del ministero dell’ambiente, ultimo tra i dicasteri con portafoglio, portando il bilancio dagli attuali 450 milioni di euro (nel 2009 il bilancio del Ministero ammontava a 1,2 miliardi di euro) ad almeno700 milioni di euro.

Elezioni 2013: l’ambiente non è entrato nei programmi elettorali

Sette importanti associazioni propongono un’Agenda per la Ri/conversione ecologica del Belpaese

sostenibilita terra e frecceIl nuovo modello economico basato su un’economia verde e rigenerativa deve costituire il fulcro dell’agenda del futuro Governo e Parlamento, valorizzando gli elementi di forza (parchi, biodiversità, patrimonio culturale, sistema della qualità), garantendo la sicurezza e l’efficienza dell’approvvigionamento energetico e favorendo l’internalizzazione dei costi ambientali per evitare che le minacce ambientali mettano a rischio anche gli asset di forza del Paese. E’ indispensabile che finalmente si costruisca anche in Italia un Patto che sia basato su un nuovo paradigma che consideri come inscindibili la dimensione ecologica e quella economica e sociale dello sviluppo.

Per fare in modo che questa impostazione assuma centralità nel dibattito elettorale che trascura i temi ambientali, sette tra le più importanti associazioni ambientaliste (CAI, FAI, Federazione Pro Natura, Greenpeace Italia, Legambiente,Touring Club Italiano, WWF) hanno condotto un’analisi dei programmi  delle agende dei vari partiti e coalizioni individuando 6 gravi carenze e hanno redatto un proprio documento“Elezioni nazionali 2013: Agenda ambientalista per la Ri-Conversione ecologica del Belpaese”, in cui vengono presentate 80 proposte su 12 filoni principali per la riconversione.

Le Associazioni ambientaliste hanno compiuto una lettura approfondita dei Programmi e delle Agende delle varie coalizioni e partiti in lizza nelle Elezioni 2013 accorgendosi che in nessuno di questi c’è la consapevolezza della centralità della sfida che si pone al nostro Paese, anche nel contesto dei problemi globali, né delle azioni innovative necessarie per perseguire l’obiettivo.

Dai programmi elettorali per le Elezioni 2013 le associazioni ambientaliste rilevano che:

1. non assume centralità la grave crisi provocata dai cambiamenti climatici che impone scelte radicali di azzeramento delle emissioni in tutti settori e nel modello produttivo, nonché nelle strategie di adattamento;

2. non emerge una consapevolezza sui servizi ecosistemici garantiti dalla tutela della biodiversità;

3. non ci si pone con urgenza la questione degli indirizzi della nuova politica industriale e della riconversione post-industriale;

4.non si affronta il problema di come calcolare e valutare la ricchezza della nazione attraverso la declinazione di nuovi indicatori di benessere che superino il PIL;

5. non si fa cenno a come si pensi di intervenire per adeguare il corpus dei diritti e dei delitti ambientali;

6. non ci si sofferma sulla cronica e ormai patologica inadeguatezza della governance ambientale, dipendente in buona parte dalla progressiva liquidazione del Ministero dell’ambiente avvenuta negli ultimi 5 anni. Si aggiunga che anche per settori che fanno parte del patrimonio consolidato della nostra economia, dell’offerta data dal nostro Sistema Paese  – beni culturali, turismo e agricoltura – nei programmi non si aprono nuove frontiere, né si assume la necessità di interventi coordinati e complessivi di rilancio..

Nel documento proposto dalle associazioni ambientaliste vengono forniti invece i dati essenziali per inquadrare la situazione attuale e illustrare proposte dettagliate su 12 argomenti chiave per il futuro sostenibile del Paese:

New “Green Deal”: la speranza per il futuro dell’Italia;

Biodiversità: ricchezza della nazione;

Il patrimonio costituito dai beni culturali;

Domanda di mobilità e infrastrutture;

Salute e ambiente nelle scelte industriali;

Consumo di suolo e Governo del territorio;

Difesa del suolo e adattamento ai cambiamenti climatici;

Contenuti verdi della filiera agroalimentare;

Turismo: sostenere le vocazioni del territorio;

Governare l’ambiente;

Diritto all’ambiente: tutela costituzionale e penale;

Andare oltre il PIL: nuovi  indicatori di sostenibilità.

Nel descrivere le 80 proposte per la Ri/Conversione ecologica del Paese, le associazioni ambientaliste fanno riferimento a dati precisi e hanno individuato 28 priorità, tra le quali si segnalano:

 l’esigenza di redigere una Roadmap nazionale di Decarbonizzazione e di uso efficiente delle risorse per i settori di produzione dell’energia elettrica, dei trasporti, dell’industria e dei servizi che sostengano  la Green Economy (nel 2012 il 40% delle assunzioni complessive, pari a 241 mila addetti, di tutte le imprese italiane nell’industria  e nei servizi, sono state in aziende che investono in tecnologie green);
• fissare l’Obiettivo del 100% Rinnovabili procedendo alla chiusura progressiva delle centrali alimentate con combustibili fossili, non costruendo nuove centrali a carbone ed olio combustibile e rinunciando a ogni piano di trivellazioni petrolifere off shore;
 integrare la Strategia nazionale sulla biodiversità (l’Italia è il Paese europeo più ricco di biodiversità) approvata nell’ottobre 2010 con la programmazione nei diversi settori economici;
• garantire fondi sufficienti al funzionamento dei parchi terrestri e delle aree marine protette e organizzare la Terza conferenza nazionale delle aree protette;
• procedere ad una Programmazione integrata dei beni e delle attività culturali (l’Italia, con  47 siti inclusi nella Lista dei patrimoni dell’umanità vanta il primato mondiale UNESCO), sollecitando la piena collaborazione tra Stato e Regioni prevista dal Titolo V della Costituzione;
• definire un Piano nazionale della mobilità che superi il Primo Programna delle infrastrutture strategiche (lievitato in maniera incontrollata tra il 2001 e il 2012 dai 125,8 miliardi di euro ai circa 375 miliardi di euro attuali) e abbia come priorità l’intervento organico nelle aree urbane, il riequilibrio modale dalla strada alla ferrovia in particolare per le merci e la riduzione delle emissioni di gas serra;
• redigere una Strategia nazionale per gli interventi di bonifica prioritariamente nei 57 Siti di Bonifica Nazionali – SIN sui 2.687 esistenti in Italia, perché offrono anche una opportunità di lavoro, di sviluppo della ricerca scientifica  e di reindustrializzazione.
• elaborare una nuova legge di Governo del territorio, che aggiorni la disciplina urbanistica ferma al 1942  e pervenire ad una normativa sul consumo del suolo (nei prossimi 20 anni si rischia una riconversione urbana delle aree libere in Italia di 75 ettari al giorno) che consenta, anche attraverso meccanismi fiscali, di disincentivare lo sviluppo disordinato fuori delle aree già edificate e di pregio paesaggistico;
 definire un Piano pluriennale di adattamento ai cambiamenti climatici, che prevede, secondo il Ministero dell’ambiente,  uno stanziamento complessivo in 20 anni di 41 miliari di euro, e rilanciare i Piani di Assetto Idrogeologico (PAI) per contrastare il rischio alluvioni e frane/smottamenti (il rischio idrogeologico riguarda l’82%, 6.633, Comuni italiani;
• utilizzare il 50% dei finanziamenti europei della politica Agricola Comune destinate allo sviluppo rurale per misure ambientali, puntando anche a raddoppiare entro il 2018 la Superficie Agricola Utilizzata (che ammonta a circa 13 milioni di ettari che costituiscono il 40% del territorio italiano)  per l’agricoltura biologica e, nel frattempo, ridurre l’impatto dei prodotti chimici quali i pesticidi e impedire la coltivazione di OGM;
• varare un Piano della Qualità per il settore turistico (che nel 2011 a livello internazionale ha prodotto 31 miliardi di euro di entrate, con un saldo commerciale positivo di 10 miliardi di euro), analogo a quello redatto in Francia e in Spagna, che valorizzi i beni culturali e ambientali,
• interrompere i tagli al Bilancio del ministero dell’ambiente, ultimo tra i dicasteri con portafoglio, portando il bilancio dagli attuali 450 milioni di euro (nel 2009 il bilancio del Ministero ammontava a 1,2 miliardi di euro) ad almeno700 milioni di euro per garantire in particolare gli interventi per la difesa del suolo;
 introdurre tra i principi fondamentali della Costituzione la tutela dell’ambiente e garantire un’adeguate tutela penale dell’ambiente con l’individuazione di specifiche fattispecie delittuose, tra cui il disastro ambientale, traffico e abbandono di materiale radioattivo, associazione a delinquere, anche di stampo mafioso, finalizzata ai crimini ambientali;
• andare oltre al PIL avviando un processo istituzionale che porti all’utilizzo ufficiale dei nuovi Indicatori di progresso e di benessere elaborati nel 2012 da ISTAT e CNEL.

Le Associazioni ambientaliste hanno chiesto incontri a tutte le parti politiche in causa e documenteranno su un “Diario elettorale”, pubblicato sui propri Siti WEB, che sono frequentati da milioni di persone, il successo dell’iniziativa e le risposte sui punti salienti delle singole proposte.

 

Il vecchio ospedale di Terracina è un pericolo pubblico

L’abbandono in cui versa la struttura dell’ospedale in via san Francesco ha qualche responsabile?

Faldoni di documenti abbandonati, materiali anche pericolosi a portata di chiunque, distruzione di finestre, porte e qualunque altro oggetto lasciato nei locali, deperimento delle strutture architettoniche antiche caratterizzano il vecchio ospedale di Terracina.

I facili accessi per scorrerie di giovinastri oltre a far correre loro  gravi rischi permettono un tiro al bersaglio per chi sta sotto come gli scout e i frequentatori del parco della Rimembranza.

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Proprio qui stamani in tarda mattinata è stato lanciato un sasso caduto vicinissimo al luogo dove Emilio e Giovanni stavano sistemando dei gradini.

Raggiunto il cancello superiore mentre alcuni giovinastri si dileguavano fra le rovine lo spettacolo che si è presentato davanti agli occhi è apparso di una desolazione insostenibile e una fonte di rilevanti potenziali rischi.

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I “Frutteti urbani” di Roma segnalati da Fulco Pratesi

dal Corriere della sera del 21 gennaio 2013

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FULCO PRATESI

OLYMPUS DIGITAL CAMERANonostante l’inarrestabile degrado delle alberature cittadine, la vegetazione sopravvissuta può ancora offrire al passante momenti di agreste serenità. Chi si trova a passare, ad esempio, in via XX Settembre, resterà ammirato dalla visione di tante splendenti arance amare sui melangoli che ombreggiano i marciapiedi. Ma questi frutti, ottimi per le marmellate, non sono i soli che il «frutteto urbano» ci offre.

In primavera ci accolgono, sui grandi e scuri alberi dei cortili cittadini le gialle e saporite drupe del nespolo del Giappone, mentre le rosate fioriture di mirabolani purpurei (Prunus pissardi nigra) di viale Mazzini e altre strade romane come via Civinini, si evolvono nella produzione di piccole e dolci prugne rosse amate dagli uccelli. Così i ciliegi. Ce n’è uno all’angolo di via Gramsci con il viale Buozzi che al merletto candido dei fiori fa seguire in maggio molte piccole ciliegie. Non distante, poco prima dell’Ambasciata di Serbia su via dei Monti Parioli, si può godere a marzo la rosea fioritura di un grande albicocco che a giugno, se la gelata tardiva non lo colpisce, sparge sul marciapiede profumate drupe dorate.

Lungo la via Appia Pignatelli e in altre strade che s’inoltrano nell’Agro Romano, si resta colpiti in estate dalle candide ombrelle fiorite del sambuco, che preludono al tripudio agostino di bacche nere, ottime per confetture e sciroppi, che chiunque può raccogliere, sottraendole agli uccelli che le adorano.

Fruttificano, in autunno, ignoti ai più, i grandi alberi di avocado nati dai voluminosi semi piantati molti anni fa nei giardini. A fine novembre un merlo stava beccando uno di questi grossi frutti sotto un maestoso esemplare in via Linneo, al quartiere Pinciano. E, poco distante da lì, un artigiano me ne mostrò stupito un bel frutto proveniente da un albero davanti alla sua officina in una traversa di viale Buozzi. Nella stessa via, i rami sporgenti di un vecchio noce mi danno a novembre la gioia di poterne raccogliere sul marciapiede i frutti caduti.

IMG_0289In dicembre, sulle vie Sebastiano Conca e Filippo Lippi cadono i poco noti verdi frutti ovali dal dolce sapore di fragola della brasiliana Feijoa sellowiana maturati in un parco privato e schiacciati dalle ruote e dai piedi dei passanti. Oramai, a causa di un parassita venuto dalla Cina, i pini romani non ci regalano più i pinoli, il cui guscio abili passeri spezzavano facendoli piombare dall’alto sulle terrazze di copertura per ricavarne il nutriente seme. Come del resto fanno da tempo con noci e nocciole le cornacchie inurbate.

Sui grappoletti azzurri della vite americana che riveste i muri in tutta Roma è in questo periodo tutto un piluccare di codirossi spazzacamini, purtroppo predati dai gheppi che sostano nelle vicinanze. Incuriosito dagli uccellini, ho provato ad assaggiarne un acino, un po’ avvizzito dal freddo. Contrariamente a quanto avevo sempre pensato, l’ho trovato dolciastro e non sgradevole.

Però è solo camminando a piedi o in bici che si possono scoprire i tanti piccoli tesori che la flora cittadina ancora ci offre. Gratis.

Sabato 19 e domenica 20 gennaio, convegno a Latina del Gruppo dei Dodici, promotore della Via Francigena del sud (lato Appia)

Comincia a vedersi una struttura consistente del percorso lungo l’Appia della Via Francigena del sud.

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Alberto Alberti, anima del Gruppo dei Dodici, ha presentato durante il convegno il bilancio di questi anni in cui la Via Francigena ha preso corpo con il contributo di tanti volontari sparsi lungo l’itinerario.

 

 

 

 

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Alberti ha affermato che ormai si è vicini  ad una strutturazione completa del percorso con tabelle, una guida cartacea, una piattaforma su smartphone e indicazioni delle attività ricettive per i viandanti.

Le prossime iniziative del Gruppo dei Dodici prevedono la camminata annuale da Teano a Roma con partenza il 23 aprile, l’organizzazione della Giornata del pellegrino in ogni tappa, una camminata con il CAI, una mostra-evento a Roma, una serie di conferenze in città straniere interessate alla Francigena e molte altre attività.

Alcune tabelle che guideranno i viandanti lungo il percorso.

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Pioggia e grandine non fermano i volontari al lavoro nel parco della Rimembranza di Terracina

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Un primo recupero di un angolo del parco della Rimembranza

 

In una mattinata caratterizzata da scrosci di pioggia alternata a grandine è stata ripristinata una staccionata abbattuta dai vandali.

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Sta per esaurirsi tutto il legname comprato con i proventi di una cena di solidarietà organizzata tempo fa dall’Istituto Professionale “Filosi”.

Ora occorre un intervento pubblico per l’acquisto di altro materiale.

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