Quello che non fecero i cinghiali fecero i vandali, brutta sorpresa oggi all’apertura del giovedì del Parco della Rimembranza di Terracina

L’apertura del giovedì pomeriggio ha riservato per i responsabili dell’associazione una brutta sorpresa.

Ignoti sono entrati nel parco nelle ore di chiusura, molto probabilmente di notte, manomettendo l’impianto elettrico, mettendo a soqquadro i due minilocali, spargendo ovunque i materiali, sporcando lampade e pareti con le vernici prelevate dai depositi.

Ora i volontari che da anni stanno sostenendo con fatica la gestione del parco hanno bisogno di una mano pubblica, almeno per i lavori più consistenti.

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“Wild Law – I Diritti della natura”, un libro di Cormac Cullinan presentato a Roma nella sede del WWF Lazio

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Il WWF Italia ONG Onlus Sezione regionale Lazio e la Biblioteca Pier Lorenzo Florio sono lieti di invitarvi alla presentazione del libro

“Wild Law – I Diritti della natura”

dell’Avv. Cormac Cullinan

mercoledì 12 dicembre 2012, alle 18.00, presso la Biblioteca Pierlorenzo Florio, nella sede del WWF  Lazio,

Sala Panda, Via Po 25/C, Roma

 

Saranno presenti all’evento anche il Presidente Nazionale del WWF Italia Avv. Stefano Leoni , nonché il Direttore Scientifico Gianfranco Bologna.

L’autore Cormac Cullinan sarà in collegamento da Cape Town in Sud Africa. E’ avvocato esperto di governance e scrittore. Tiene conferenze in tutto il mondo ha lavorato sui diritti ambientali di varie nazioni africane, europee, nord e sudamericane. Nel 2008 è stato inserito nel volume “Planet Savers” che include i racconti di 301 grandi ambientalisti della storia.

Nel 2010 è stato tra i principali artefici della stesura della dichiarazione universale dei diritti della Madre Terra presentata all’Assemblea generale dell’ONU. Oggi è riconosciuto anche dai governi come un interlocutore chiave per il lavoro sui cambiamenti giuridici necessari per affrontare le emergenze ambientali.

Locandina Sezione Lazio pdf

Con la raccolta differenziata la gestione dei rifiuti costa meno, è quanto mostra il Rapporto “Italia del Riciclo 2012” presentato oggi a Roma

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La Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e la FISE-UNIRE (Unione Nazionale Imprese Recupero) hanno presentato stamani a Roma il Rapporto Italia del Riciclo 2012.

 

 

 

 

<<In Italia solo il 33% dei rifiuti urbani viene recuperato, rispetto alla media europea del 42%; dopo di noi solo il Portogallo (19%) e la Grecia (18%).

Quasi la metà dei rifiuti prodotti (il 49%) finisce in discarica, ben 15 milioni di tonnellate ogni anno, mentre in Europa viene mediamente conferito in discarica il 30% dei rifiuti. Nel Mezzogiorno, se possibile, la situazione è ancora più negativa con quasi tutte le Regioni che superano ampiamente il 60%, fino alla percentuale record del 93% registrata in Sicilia. Sono queste le principali elaborazioni su dati di fonte europea (gli ultimi dati disponibili sono relativi al 2010, ma da allora il trend è rimasto costante) riportate nello studio annuale “L’Italia del Riciclo”, il Rapporto promosso dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e da FISE Unire (l’Associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del recupero rifiuti. …Uno dei motivi principali di questa situazione è la bassa tassazione sullo smaltimento in discarica (15 euro a tonnellate in Italia contro le 40 in Germania). Occorre dare effettiva priorità al riciclo, così come obbliga a fare la direttiva europea 98/2008 CE, ricorrendo anche agli incentivi economici o fiscali in quelle filiere, per esempio quella delle plastiche miste, dove il riciclo si trovi in condizioni di svantaggio rispetto al recupero energetico”-afferma Edo Ronchi.

Lo studio quest’anno presenta proprio in apertura un benchmark internazionale sul tema della gestione dei rifiuti che evidenzia come ancora molta strada resti da fare per raggiungere le medie europee di recupero e conferimento in discarica dei rifiuti. E’ ancora ampio il divario che ci separa dai Paesi che presentano migliori performance nel recupero di materia dai rifiuti urbani, come Austria (70%), Germania e Belgio (62%), Paesi Bassi (61%), Svezia (50%) e Danimarca (42%). Questi sei Paesi europei, oltre a un elevato tasso di riciclo e a una quota significativa di recupero energetico mostrano anche un altro dato in comune: smaltiscono in discarica tra lo 0 e il 3% dei rifiuti. In Italia, invece, sono ben 9 le Regioni che si affidano alla discarica per smaltire oltre il 60% dei propri rifiuti (Liguria, Umbria, Marche, Lazio, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) e diventano 10, con la Campania, se si aggiungono a questi rifiuti quelli inviati fuori Regione o all’estero. Il Lazio, con oltre 2,5 milioni di tonnellate, è la Regione che smaltisce in discarica la maggiore quantità di rifiuti urbani, pari al 74% di quelli prodotti. La sola provincia di Roma porta in discarica quasi 1,9 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno, di cui oltre 1,3 milioni solo nel comune di Roma.

Le cattive notizie per il nostro Paese non si fermano qui: secondo il Rapporto recuperiamo sotto forma di materia solo il 20% dei rifiuti (escluso il compostaggio), contro una media europea del 26%; anche il compostaggio e il recupero energetico si mantengono sotto la media del “vecchio continente”, rispettivamente al 13% (in Europa al 16%) e al 18% (29% in Europa).

In questo scenario critico, nel 2011 l’industria italiana del riciclo degli imballaggi si è mantenuta su buoni livelli sia per quantitativi, pari a 7,5 milioni di tonnellate (+2% sul 2010, quando erano 7.346), sia per tasso di riciclo, stabile al 64%: crescono carta (+3%), plastica (+4%) e vetro (+7%), in calo acciaio (-1%), alluminio (-13%) e legno (-5%). >>

Un intero capitolo del rapporto è dedicato all’Italia e all’Unione Europea con una valutazione comparata della gestione dei rifiuti.

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Molto interessante il capitolo dell’analisi dei costi di gestione dei rifiuti urbani in Italia dove si sfata l’ultima leggenda, quella riguardante i costi alti della raccolta differenziata.

Dall’analisi dei dati relativi a circa 5.000 comuni (più di un semplice campione) salta agli occhi che i costi totali di gestione sono più bassi nelle Regioni dove più alto è il tasso della raccolta differenziata.

I costi totali comprendono i costi di gestione dell’indifferenziato, i costi di gestione del differenziato (decurtati dei contributi CONAI), i costi di spazzamento e lavaggio, i costi amministrativi della riscossione e i costi d’uso del capitale.

Ecco la situazione delle otto Regioni più grandi d’Italia dove la popolazione supera i 4 milioni di abitanti.

Piemonte Lombardia Veneto E.Romagna Lazio Campania Puglia Sicilia
%RD 49.3 47.4 56.7 45.6 17.8 33.4 13.7 7.3
€/ab/anno 141.69 124.51 124.72 139.90 196.82 151.78 132.12 150.77
€cent/kg 27.88 24.65 25.88 21.23 31.94 34.28 24.21 29.83

Le performances negative delle Regioni con gli alti costi potrebbero derivare anche da inefficienze del sistema di gestione dei rifiuti.

Sono stati riportati nel rapporto anche i costi per macroaree di una gestione diretta dei rifiuti.

NORD CENTRO SUD ITALIA
Costi Totali €/ab/anno 131.39 176.06 143.32 143.26
€cent/kg 24.86 28.11 29.17 26.58
Costi Totali (gestione diretta) €/ab/anno 85.03 102.19 107.87 94.09
€cent/kg 16.09 16.32 21.96 17.46

il Rapporto è scaricabile dal sito www.associazione-unire.org e dal sito www.fondazionesvilupposostenibile.org

La vera grande opera sostenuta dalle sei associazioni italiane più rappresentative

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CARTA D’INTENTI

La messa in sicurezza ambientale dell’Italia.
Le ragioni per un impegno comune delle maggiori associazioni ambientaliste italiane

Come è riemerso drammaticamente dopo il recente terremoto in Emilia, la messa in sicurezza dell’Italia rimane una emergenzA prioritaria del Paese.

Non è più possibile violentare la natura, sperperare soldi, perdere altre vite umane, far vivere milioni di persone in condizioni di insicurezza.

Il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha stimato siano necessari circa 40 miliardi di euro per attuare un’adeguata azione di prevenzione e realizzare gli interventi di messa in sicurezza del Paese esclusivamente in relazione al rischio idrogeologico. Ma lo stanziamento dei fondi avviene a rilento e ancora oggi gli interventi di prevenzione fanno fatica ad essere attuati su tutto il territorio nazionale. Intanto però il conto delle emergenze continua a salire. Se consideriamo il rischio idrogeologico, solo nell’arco temporale dalle emergenze dalla colata di acqua e fango che ha travolto nell’ottobre 2009 Giampilieri e Scaletta Zanclea, in provincia di Messina, agli eventi in Lunigiana, nella provincia di La Spezia e Genova dell’autunno 2011 sino agli eventi disastrosi si questi giorni di nuovo in Liguria e per la prima volta in Maremma, si è arrivati ad una spesa di circa 816 milioni di euro, ovvero 1 milione di euro spesi ogni giorno, solo per gli interventi di prima gestione dell’emergenza. Mentre ammontano a oltre 13,2 miliardi di euro, come comunicato a fine luglio dalla Protezione Civile, i danni registrati nelle aree colpite dal terremoto in Emilia del 20 e 29 maggio 2012. La messa in sicurezza e la cura del territorio si conferma una improrogabile riforma sociale, culturale ed economica del Paese – una necessità ampiamente riconosciuta e condivisa dall’opinione pubblica italiana – che dovrà necessariamente affrontare anche l’irrisolto problema delle bonifiche dei siti contaminati.

Per le nostre associazioni ambientaliste, forti dell’appoggio dell’opinione pubblica, è perciò importate e necessario rimettere questo tema all’attenzione delle forze sociali e politiche, del Governo, delle Regioni e degli Enti Locali.

La più grande opera pubblica di cui ha veramente bisogno l’Italia.

Le associazioni ambientaliste italiane da anni si battono affinché la cura dell’Italia, la sua messa in sicurezza, sia considerata la vera, più grande opera pubblica a garanzia del futuro del Paese. Un grande progetto di sviluppo e di crescita, una formidabile opportunità in termini di occupazione, di ricerca, di coinvolgimento soprattutto delle piccole e medie imprese attive su tutto il territorio nazionale. E’ sicuramente questo il più importante e prioritario investimento pubblico nel nostro Paese, perché con la messa in sicurezza del territorio, sia quello naturale che quello urbanizzato e produttivo, si darebbe anche la migliore risposta alla necessità di un rilancio economico e occupazionale dell’Italia. Solo così si avrebbe sicuramente un intervento diffuso sul territorio, ad alta intensità occupazionale, oltre che ad elevata qualificazione professionale. Un grande investimento pubblico che, manutenendo e salvaguardando il territorio, finalmente rilanci la nostra asfittica economia e rimetta in moto le migliori energie del Paese, in particolare quelle giovanili.

Necessario e urgente è un intervento e un impegno da parte del Governo, delle Regioni e degli Enti Locali: – per portare a sicurezza e rendere meno vulnerabile il patrimonio edilizio pubblico e privato oltre che il nostro prezioso patrimonio storico-artistico;
– per ridare equilibrio e sostenibilità al fragile assetto idrogeologico del territorio, anche impedendo ulteriore cementificazione in tutte le aree a rischio di dissesto, a partire da una nuova politica della montagna ispirata ad una rigorosa azione di conservazione e prevenzione;
– per impedire ulteriore, invasivo consumo del suolo;
– per salvaguardare il nostro paesaggio, i beni storici e monumentali e quanto ancora rimasto di unico e irriproducibile nel territorio montano, nelle campagne e lungo le coste italiane;
– per una manutenzione costante volta a salvaguardare e proteggere il territorio dai rischi di dissesto, frane e inondazioni anche nei contesti urbani.

Quello che si chiede alle pubbliche amministrazioni è di passare dall’incuria alla cura del territorio, dalla speculazione selvaggia alla pianificazione sostenibile, dalla edilizia costruttiva alla edilizia di recupero e manutenzione, dall’intervento di emergenza e a posteriori alla pratica della prevenzione.

Le motivazioni evocate sono più che sufficienti per affermare che ci sono ragionevoli speranze che le sei associazioni presenti all’incontro possano lavorare assieme attorno ad una piattaforma su una tematica definita, quale la messa in sicurezza del Paese.
Un percorso da fare assieme
Sei associazioni ambientaliste: Club Alpino Italiano, Fondo Ambiente Italiano, Italia Nostra, Legambiente, Touring Club Italiano, WWF Italia, si impegnano in un percorso comune finalizzato a sensibilizzare i cittadini su questi temi e al confronto con le istituzioni per avere risposte concrete.

Chiediamo innanzitutto che sia costruito uno strumento di relazione, confronto e coordinamento istituzionale, un tavolo di lavoro su questi temi, che sia formalmente riconosciuto, con cui le nostre associazioni e gli altri soggetti interessati possano confrontarsi con le istituzioni di governo e dove le nostre proposte possano essere ascoltate e assunte.

Vogliamo far crescere la sensibilità e l’attenzione verso questa emergenza con iniziative pubbliche nel nostro Paese dove illustrare le ragioni per la messa in sicurezza e la cura dell’Italia.

Club Alpino Italiano – Fondo Ambiente Italiano – Italia Nostra
Legambiente – Touring Club Italiano – WWF Italia

L’ARIA CALDA nel vertice sui cambiamenti climatici di Doha rischia di diventare ARIA FRITTA

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Vertice sul Clima a Doha

GREEPEACE e WWF: FERMARE  L’ ‘ARIA CALDA’  PER  DARE  RISULTATI CONCRETI  SULLE  EMISSIONI

Il problema di un eccesso di quote di emissione- dagli addetti ai lavori battezzato aria calda– si preannuncia il più grande nodo nei negoziati sul clima in corso a Doha. Alla Conferenza sul clima, in corso a Doha fino al 7 dicembre, gli osservatori stanno dicendo apertamente che il secondo periodo di impegno del Protocollo di Kyoto (KP2)-l’unico accordo giuridicamente vincolante in tutto il mondo sui cambiamenti climatici- è a rischio a causa delle posizioni della Russia e della Polonia, denunciano Greenpeace e WWF.

Già nel 1997 alle economie in transizione dell’Europa orientale sono stati dati obiettivi troppo generosi. All’avvio del protocollo di Kyoto, alcuni Paesi hanno ricevuto un limite superiore di emissioni nella forma di crediti di carbonio – noti come AAU (Assigned Amount Units) e comunemente definiti come “aria calda”. Se i Paesi avessero emesso meno di questo limite, avrebbero potuto scambiare la differenza come crediti di carbonio. E’ stato stimato che rimarranno ancora fino a 13 miliardi di tonnellate in termini di AAU, quando la prima fase del protocollo di Kyoto terminerà, fra quattro settimane. Ogni credito vale quanto una tonnellata di Co2 in atmosfera e contribuisce al cambiamento climatico. La ragione principale per un surplus di AAU in alcuni paesi è quasi interamente dovuto al calo nelle economie dei paesi dell’Europa orientale come la Russia, l’Ucraina e la Polonia.
L’Europa è profondamente divisa sulla questione e la Polonia insiste sul pieno riporto dell’aria calda nel secondo periodo di impegno e oltre (post-2020). Se l’UE capitola davanti alla Polonia, ricca di carbone, l’Europa potrebbe finire per perdere la sua credibilità come leader nella lotta ai cambiamenti climatici.

“A Doha si devono prendere impegni ambiziosi e concreti per la salvaguardia del clima. E si deve porre un argine a tutte le fallacie derivate dal commercio di crediti di emissione e dalla creazione di un vero e proprio mercato del carbonio. Se si consentirà alle economie dell’ex blocco socialista di conservare intatti, in un secondo mandato, i crediti non sfruttati, si starà semplicemente piegando, ancora una volta, la difesa del clima a questioni di realpolitik miopi e irresponsabili” dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di GREEBPEACE.

Mariagrazia Midulla, responsabile Clima e Energia del WWF Italia, che è a Doha per seguire i negoziati, dice che i Paesi a Doha devono riconoscere ciò che la scienza ci dice sullo stato del clima mondiale. “L’incubo di un mondo più caldo di 4 gradi è davanti ai nostri occhi. I ministri degli Stati membri dell’UE, la Russia e l’Ucraina, ai negoziati di Doha hanno l’obbligo di agire con urgenza e di fare tutto quanto in loro potere per fare tagli reali alle emissioni di CO2. Se i paesi riuniti a Doha vogliono che questo summit raggiunga un risultato tangibile per il clima globale, devono eliminare la possibilità di trasferire questo surplus di AAU nel secondo periodo di Kyoto. Questa dovrebbe essere l’eredità di Doha, o verrà ricordata come una conferenza politicamente a base di “aria calda” o peggio di “aria fritta” conclude Midulla.

Roma, 3 DICEMBRE 2012
Ufficio Stampa WWF Italia, 06 84497213/265 – 349 0514472, 02 83133233 – 329 8315718
Ufficio stampa Greenpeace 06 68136061

La fisica della sobrietà, un libro di Gian Vittorio Pallottino presentato dal WWF Litorale Romano

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Il WWF Litorale Romano presenta il libro “La fisica della sobrietà” di Gian Vittorio Pallottino

 Possiamo continuare nella crescita dei consumi di beni materiali e di energia che ha caratterizzato gli ultimi decenni? La risposta è no. Per una lunga serie di valide ragioni, che vanno dal rispetto per l’ambiente e per le generazioni future alla futilità inappagante di questa insostenibile corsa verso lo spreco. La verità è che si può vivere benissimo consumando meno, anche molto meno. E infatti l’idea che «ne basta la metà» è il filo rosso che attraversa tutta l’opera. Le modalità e i mezzi di cui disponiamo per ridurre gli sprechi di energia e non solo ci vengono insegnati dalla fisica, nei suoi termini più semplici ed elementari, quando la applichiamo alle situazioni quotidiane della vita comune, per cercare di capire come funzionano gli oggetti e i dispositivi che ci circondano: si va dal riscaldamento delle case all’illuminazione degli ambienti, dai modi di cucinare  all’impiego dell’automobile e alla gestione dei rifiuti. È possibile innescare un sistema virtuoso di nuove abitudini, avvalendosi delle innovazioni che ci offre una sana applicazione dei ritrovati della scienza, ma anche con qualche balzo nel passato, nel recupero di comportamenti di sobrietà quasi perduti ma non del tutto dimenticati.

Gian Vittorio Pallottino illustrerà gli argomenti del libro presso la Lega Navale di Ostia, venerdì 7 dicembre, alle ore 18.

L’indirizzo è Lungomare Duilio, n.36 (vicino alla stazione metro Castel Fusano)

Per info e prenotazioni:

WWF Litorale Romano

e-mail:  wwflitoraleromano@gmail.com

Un Natale sostenibile? Secondo il WWF si può, ecco il dec-albero

HI_257785_300x169 Anche quest’anno il WWF ha fatto il suo tradizionale “dec-albero”: dieci consigli pratici per ridurre l’impronta ecologica del proprio Natale, tradizionalmente la festa più “ad alto consumo” dell’anno

1. Albero locale o artificiale di riciclo. Per avere un albero sostenibile il Wwf consiglia di rinunciare all’acquisto del classico abete coltivato apposta per la festività. Esistono in commercio alberi artificiali realizzati con materiale riciclato (cartone, plastica). Una soluzione è anche quella di addobbare i nostri alberi tipici, anche gli stessi che abbiamo in terrazzo o in giardino. Nel caso non si riuscisse a fare a meno di un abete tradizionale, è importante controllare che sia certificato, ovvero prodotto in vivai specializzati per i periodi natalizi. Poi, naturalmente, va tenuto e tenerlo rigorosamente lontano da fonti di calore, meglio se in balcone o in giardino. Dopo le feste possiamo sempre piantarlo in un giardino o in parco pubblico in città. Sono molte le iniziative che ogni anno sensibilizzano i consumatori al recupero degli alberi al termine delle feste. Tra queste quella di Ikea, che collabora attivamente con il Wwf: per ogni albero restituito, 3 euro andranno ai progetti dell’associazione.

2. Luminarie a basso consumo. Il Wwf, infatti, ricorda che illuminare case e strade 24 ore al giorno comporta un inutile aumento dei consumi elettrici e delle emissioni. Meglio utilizzare lampadine a basso consumo o a led, che consumano fino a un decimo delle normali lampadine, e accenderle solo in momenti particolari.

3. Stoviglie all’antica. Per il cenone andrebbero vietati tassativamente piatti, bicchieri e posate usa e getta. Magari quando si lavano si può pensare a quanto abbiamo inquinato meno.

4. Niente foi gras, caviale o aragoste. Per il cenone è meglio scegliere ricette tradizionali a base di ingredienti a chilometri zero e di stagione, riducendo così le emissioni di CO2 nei trasporti su ruota guadagnando in gusto e freschezza dei prodotti. Evitiamo magari prodotti come il patè de foi gras, che comporta enormi sofferenze agli animali, i datteri di mare (specie protetta  e la cui raccolta mette a rischio le scogliere marine), le aragoste sull’orlo dell’estinzione. Il caviale è ricavato da diverse specie di storioni, molte delle quali sono già commercialmente estinte in molte aree del pianeta: fondamentale scegliere caviale “certificato” o da acquacoltura e invitate il rivenditore a fare lo stesso. Per orientarsi in pescheria si può scaricare la guida ‘Sai che pesci pigliare?‘.

5. Più prodotti locali e di stagione, poca carne. Per il cenone il Wwf consiglia di scegliere ricette tradizionali a base di ingredienti di stagione e locali.

6. Vacanze responsabili che aiutano la biodiversità. Per molti le festività sono una buona occasione per ritagliare qualche giorno di vacanza fuori casa. Il consiglio del Dec-albero è di scegliere mete italiane o comunque raggiungibili in treno, invece di località esotiche e lontane; si eviteranno consistenti emissioni di CO2 e magari, si scopre qualche angolo del nostro Paese che forse ci sfugge.

7. Regali, niente specie esotiche o prodotti derivati, alimentano il commercio illegale;

8. Shopping in bici o con mezzi pubblici, muniti di sporte riutilizzabili.

9. Regalare elettrodomestici e apparecchi tecnologici solo se ‘efficienti’. Se si sceglie di regalare apparecchi come televisori, computer o stereo, è importante preferire quelli che possono essere spenti completamente, invece di rimanere in standby, e che comunque abbiano standard elevati di efficienza energetica.

10. Sì a prodotti biologici, del commercio equo e solidale e a basso impatto ambientale e sociale.

Se volete fare un regalo fuori dagli schemi, allora si  può scegliere di adottare – naturalmente a distanza – un gorilla, specie simbolo della campagna Wwf ‘Green Heart of Africa’ per salvare il Cuore verde dell’Africa. Oppure aiutare le ‘nostre’ specie alpine, come l’orso bruno o il lupo, al centro della Campagna Wwf Alpi, uno dei luoghi più selvaggi d’Europa dove 30.000 specie animali e 13.000 specie vegetali devono convivere con centinaia di migliaia di residenti e turisti che ogni anno la frequentano, non sempre in modo sostenibile. Oppure ancora si possono adottare gli elefanti, decimati dal bracconaggio per il commercio illegale dell’avorio. Novità 2012 il trio felino, triplo regalo per adottare insieme un leone, una tigre e un ghepardo, ma ci sono anche delfini, foche, orsi polari, oranghi e panda. Adottando una specie si possono ricevere certificati di adozione, peluche delle specie adottate, planisferi da completare con gli adesivi degli animali ma anche shopper Wwf, screensaver e firme digitali personalizzate. Questo e molto altro si può scoprire con l’App ‘Wwf Adoption’ per iPhone e Android.

Concessioni delle spiagge fino al 2045?

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Con l’approvazione di questa norma, si darebbe il via libera a procedura d’infrazione dell’Unione Europea nei confronti dell’Italia.

 

“Un inciucio bipartisan che potrebbe far slittare le concessioni degli stabilimenti balneari di altri 30 anni, dal 2015 al 2045, in piena violazione degli obblighi comunitari fissati dalla cosiddetta Direttiva Bolkestein sulla concorrenza”.
Così il WWF Italia commenta l’emendamento proposto, in commissione Industria al Senato, dai relatori Simona Vicari (Pdl) e Filippo Bubbico (Pd), al provvedimento che converte in legge il D.l. Sviluppo che propone di prorogare le concessioni demaniali fino al 2045.

“Il rischio di prolungare di altri 30 anni il termine di scadenza delle concessioni, fissato attualmente al 31 dicembre 2015, diventerebbe realtà se la settimana prossima l’Aula del Senato dovesse confermare l’emendamento. E, poiché il provvedimento dovrà essere convertito entro il prossimo 17 dicembre, pena il suo decadimento, il passaggio alla Camera non permetterà ulteriori modifiche che poi comporterebbero un nuovo passaggio al Senato reso impossibile dai tempi”.

“I senatori Vicari (Pdl) e  Bubbico (Pd), promotori della norma ‘salva-concessioni’, hanno fatto finta di dimenticare che questa legislatura aveva già visto tentativi analoghi, tutti falliti proprio perché, in palese violazione degli obblighi comunitari, avrebbero comportato automaticamente l’apertura di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia producendo l’obbligo di ritirare il provvedimento. Falliti anche i tentativi di aggirare la direttiva, come nel caso del  Decreto Sviluppo 2011 (n.70 30 maggio 2011),  con cui si prevedeva una norma che introduceva un diritto di superficie in favore dei titolari delle concessioni demaniali : anche tale norma non è mai stata varata proprio  per  contrasti sia con l’ordinamento giuridico italiano che, soprattutto, con la cosiddetta direttiva Bolkestein (direttiva 2006/123/CE, relativa ai “servizi del mercato interno”), recepita in Italia con il decreto legislativo n. 59 del 26 marzo 2010”.

“C’è dunque una classe politica che continua ad illudere le migliaia d’imprenditori balneari che potranno trovare le proprie garanzie solo all’interno del quadro comunitario. In questo senso il WWF ritiene che per salvaguardare le imprese familiari ed il loro legame con il territorio, occorre individuare una forma di applicazione della Direttiva Bolkestein dove l’elemento  di valutazione, ai fini dell’assegnazione di un area demaniale, non può essere la sola offerta economica,  ma la scelta di un progetto di gestione indirizzato ispirato a criteri di sostenibilità, salvaguardia, promozione territoriale, qualità dei servizi, legame dell’impresa col territorio”.

“Una soluzione potrà essere dunque trovata solo vedendo con realismo il profilo giuridico della questione e comprendendo, soprattutto da parte dei gestori degli stabilimenti,  che le concessioni ultradecennali, che di fatto trasformano i beni demaniali in beni di proprietà degli assegnatari, non sono previste neppure dal nostro ordinamento. Se il Parlamento dovesse insistere sulla strada sbagliata, assunta dalla Commissione industria di Palazzo Madama, sarebbe inevitabile l’azione dell’Unione Europea e la conseguente penosa retromarcia che poi l’Italia dovrebbe fare dopo l’ennesima falsa promessa fatta dalla politica senza che questa possa essere mantenuta”.

Secondo il dossier WWF Italia  “Spiagge d’Italia: bene comune, affari per pochi” – un viaggio lungo le rive di 15 regioni costiere grazie all’aiuto dei volontari WWF – sui nostri litorali ci sono 12mila stabilimenti balneari (erano 5368 nel 2001), uno ogni 350 metri, per un totale di almeno 18.000.000 metri quadri e 900 km occupati – ovvero quasi un quarto della costa idonea alla balneazione (lo sono 4.000 km sugli 8.000 km di coste italiane). Un giro di affari che interessa 30.000 aziende e circa 600.000 operatori (indotto compreso), con canoni spesso irrisori rispetto ai reali profitti delle strutture attuali (un tempo valevano per l’affitto di sdraio e ombrelloni, ora per ‘cittadelle permanenti’ di servizi commerciali, piscine, negozi…), favorito da un’applicazione normativa sulle aree demaniali che ha travalicato lo spirito della legge.

Legge sui parchi: colpo di mano sulla nomina dei Direttori

In una lettera al Ministro Clini ed ai Parlamentari delle Commissioni Ambiente di Camera e Senato le osservazioni e le proposte di emendamenti delle 5 Associazioni ambientaliste

Condivisibili gli interventi sulla vigilanza del Ministero, la composizione dei Consigli direttivi degli Enti Parco e la soppressione delle Commissioni di Riserva delle Aree Marine Protette, bocciate invece le nuove modalità di nomina dei direttori dei Parchi Nazionali, che vengono assegnate al Ministro dell’Ambiente su proposta dei Presidenti: una procedura che comporterebbe l’evidente rischio di un eccessivo controllo politico sul loro operato”.

E’ la fotografia scattata da FAI – Fondo Ambiente Italiano, Italia Nostra, Mountain Wilderness, Pro Natura e WWF sui pro e i contro di una recente Proposta di Legge(articolo 21 dellaProposta di Legge n. 4240 – B, relativa a “Modifiche al decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152, e altre disposizioni in materia ambientale” ) che modifica la Legge quadro sulle Aree Protette (Legge n. 394/1991), sulla gestione dei Parchi Nazionali, e la Legge sul Mare (Legge n.979/1982), relativa gestione delle Aree Marine Protette. Le 5 associazioni ambientaliste hanno inviato con una lettera indirizzata al Ministro dell’Ambiente, Corrado Clini e ai Deputati e Senatori delle Commissioni Ambiente di Camera e Senato, le loro osservazioni e proposte di emendamenti, in particolare la richiesta di modifica della norma relativa alla nomina dei direttori chiedendo il mantenimento della nomina da parte del Ministro ma sulla base di una terna indicata dal Consiglio direttivo dell’Ente Parco selezionata attraverso un bando pubblico per titoli.

 “La previsione di nomina dei direttori da parte del Ministro su proposta dei soli Presidenti – spiegano le associazioni in una nota congiunta – non è condivisibile perché si determinerebbe un evidente condizionamento politico dell’unica figura dirigenziale presente all’interno degli Enti Parco. I Direttori dovrebbero essere figure tecniche indipendenti non condizionabili nelle loro funzioni, con un titolo di laurea adeguato ed una comprovata competenza nella gestione delle aree naturali protette o altra Pubblica Amministrazione”.
“Per questi motivi Fai, Italia Nostra, Mountain Wilderness, Pro Natura e WWF ritengono che nella sua funzione il Direttore deve rispondere al Consiglio direttivo, l’organo collegiale di governo dell’Ente Parco, e non solo al Presidentecon una procedura di nomina trasparente che ne garantisca l’autonomia nell’esercizio dei suoi compiti amministrativi”.IL WWF PER LE AREE PROTETTE

MENO VIGILANZA DEL MINISTERO AMBIENTE E CONSIGLI PARCO DIMEZZATI: COSA CAMBIA.
Inoltre la proposta di legge che sta passando dalla Camera al Senato in sede legislativa, interviene essenzialmente sulle normative attuali in materia di Parchi nazionali ed Aree Protette Marine definendo, oltre alle nuove procedure di nomina dei Direttori,  anche le competenze del Ministero dell’Ambiente della Tutela del Territorio e del Mare in merito alla vigilanza sugli atti degli Enti Parco, limitandola all’approvazione degli statuti, dei regolamenti, dei bilanci annuali e delle piante organiche, e la nuova composizione dei Consigli Direttivi dei Parchi Nazionali, dimezzando l’attuale numero dei consiglieri da 12 a 6 più il Presidente, con tre consiglieri indicati dalla Comunità del Parco, un componente indicato dal Ministero dell’Ambiente, uno indicato dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ed uno indicato dalle Associazioni ambientaliste riconosciute.
“Queste modifiche alla Legge quadro sulle aree naturali protette sono condivisibili perché  giustificate dall’esigenza di assicurare un’efficiente gestione degli Enti Parco e risolvere alcuni problemi urgenti determinati dal mancato rinnovo degli organi di gestione, già scaduti da tempo, ed in prospettiva evitare la difficoltà di rinnovo per quelli in scadenza nei prossimi mesi. La soluzione di alcuni specifici problemi, dettati in parte dall’applicazione di alcuni provvedimenti contenuti nelle manovre per la riduzione della spesa pubblica, non può divenire però il pretesto per introdurre modifiche alla Legge quadro sulle aree protette, già bloccate nel corso della discussione presso la Commissione Ambiente del Senato sulla proposta di una più ampia riforma della normativa”.
“Prevista infine dalla proposta di Legge l’eliminazione delle Commissioni di Riserva delle aree marine protette attraverso la modifica dell’articolo 28 della legge n.979 del 31 dicembre1982, e dell’articolo 2 della legge n. 244 del 24 dicembre 2007, accogliendo in questo caso una proposta presentata di recente proprio dalle maggiori Associazioni ambientaliste al fine di semplificare le procedure per la gestione delle Aree Protette Marine”.